Afleveringen
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Viviamo in un tempo in cui tutto viene fotografato velocemente.
Si guarda velocemente.
Si scorre velocemente.
Si dimentica velocemente.E allora forse la domanda è questa: siamo ancora capaci di fermarci abbastanza da vedere davvero qualcuno?
In questa puntata parto dal lavoro di Alec Soth e dal suo modo di fotografare lento, umano, silenzioso, per riflettere su ciò che oggi manca sempre di più nella fotografia contemporanea… e anche nella fotografia di matrimonio.
Attraversando il progetto Sleeping by the Mississippi e il suo approccio fatto di attesa, presenza e relazione, provo a capire perché alcune immagini riescano ancora a restarci dentro.
Forse perché non cercano di impressionare.
Forse perché cercano semplicemente di essere vere.
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Nel reportage di matrimonio il ritratto viene spesso considerato una pausa.
Qualcosa che interrompe il flusso degli eventi.
Eppure, forse, è esattamente il contrario.
In questa puntata rifletto sul ruolo del ritratto nella fotografia documentaria e matrimoniale: sul volto come archivio emotivo, presenza e memoria.
Partendo dalla mia esperienza e attraversando lo sguardo di autori come W. Eugene Smith, Sebastião Salgado, Dorothea Lange, Diane Arbus e Steve McCurry, provo a capire perché un ritratto possa contenere molto più di una semplice espressione.
Perché a volte è proprio nel momento in cui tutto si ferma… che il racconto diventa davvero umano.
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Zijn er afleveringen die ontbreken?
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Guardiamo queste fotografie e pensiamo di aver capito tutto.
“Che facce tristi.”
Ma forse il problema non è quello che vediamo.
È come lo stiamo guardando.In questa puntata parto da alcune immagini contenute nel libro Lo sguardo ritrovato, costruito sul lavoro del fotografo lucano Di Nubila e curato da Maria Rosaria Romaniello.
Un archivio che racconta una comunità dall’interno.
Ma c’è un passaggio che cambia tutto: il momento in cui queste immagini vengono ricolorate.
È lì che il tempo si accorcia.
È lì che la distanza si rompe.E a quel punto non stiamo più osservando il passato.
Stiamo iniziando a riconoscerci.Una riflessione sul volto, sul ruolo, sulla fotografia… e su quanto siamo davvero cambiati.
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Guardiamo immagini continuamente.
Le scorriamo.
Le dimentichiamo.Ma c’è qualcosa che, in ogni fotografia, lavora in silenzio.
Il colore.
Non è solo estetica.
Non è decorazione.È una direzione.
In questa puntata rifletto su ciò che accade quando il colore smette di essere superficie e diventa linguaggio:
un equilibrio tra tensione, percezione e intenzione.Una riflessione sul modo in cui le immagini non si limitano a mostrarsi… ma iniziano a farsi sentire.
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Guardiamo continuamente.
Ma vediamo davvero?
E soprattutto: osserviamo?
In questa puntata rifletto su tre parole che sembrano simili, ma che in realtà raccontano tre modi completamente diversi di stare nel mondo e nella fotografia.
Guardare è automatico.
Vedere è una scelta.
Osservare è un atto consapevole.Una riflessione sullo sguardo, sull’attenzione e su ciò che cambia quando iniziamo davvero a essere presenti davanti a ciò che abbiamo davanti.
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Nel 1968 un treno attraversa gli Stati Uniti trasportando il corpo di Robert F. Kennedy.
Lungo i binari migliaia di persone si fermano in silenzio per assistere al suo passaggio.
Il fotografo Paul Fusco decide di non fotografare il funerale.
Decide di fotografare chi lo sta vivendo.Nasce così The Funeral Train, uno dei lavori più profondi nella storia della fotografia.
In questa puntata rifletto su questo progetto e su ciò che lo rende ancora oggi così potente:
lo sguardo, il tempo, la memoria collettiva e il modo in cui la fotografia può raccontare non solo gli eventi, ma ciò che resta nelle persone quando gli eventi passano.Una riflessione lenta, personale, su uno dei lavori più importanti che abbia incontrato nel mio percorso.
Approfondimenti e riflessioni scritte sono disponibili sul sito:
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Ogni tanto me lo chiedo davvero.
Perché fotografiamo un matrimonio?
Non è una domanda tecnica.
Non riguarda l’attrezzatura o lo stile.È qualcosa di più semplice e più scomodo.
Che cosa sto facendo, esattamente, quando entro nella vita di due persone in un giorno così delicato?
Sto documentando? Sto interpretando? Sto scegliendo cosa di quel giorno meriterà di essere ricordato?Un matrimonio dura poche ore.
Le fotografie restano molto più a lungo.E questa cosa mi fa riflettere.
In questa puntata provo a pensare ad alta voce sul senso di questo lavoro.
Sul tempo che passa.
Sulla memoria.
E sulla responsabilità di chi osserva.Non è una lezione.
È una domanda aperta.🎧 Tutte le puntate su: www.micheleabriola.it
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In un’epoca dominata dalla velocità e dalla produzione continua di immagini, la fotografia analogica ci costringeva a rallentare.
Ogni scatto aveva un peso.
Ogni scelta richiedeva attenzione.
Ogni attesa diventava parte dell’esperienza fotografica.In questa puntata rifletto su cosa significhi davvero fotografare in analogico oggi: non come nostalgia tecnica, ma come esercizio di presenza, consapevolezza e intenzione.
Perché forse il valore dell’analogico non sta nella pellicola, ma nel modo in cui cambia il nostro rapporto con il tempo, con l’errore e con lo sguardo.
Una riflessione lenta e personale su ciò che abbiamo perso… e su ciò che possiamo ancora recuperare nel nostro modo di fotografare.
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Questa puntata nasce da una necessità precisa:
fare chiarezza su cosa intendiamo davvero quando parliamo di street photography.Negli ultimi anni la street photography è diventata un contenitore enorme, spesso confuso, a volte svuotato di senso. In questa riflessione non parlo di tecnica, né di stile riconoscibile, né di formule replicabili.
Parlo di sguardo.
Di responsabilità.
Di intenzione.Perché la street photography non è fotografare ciò che accade, ma decidere cosa merita di essere guardato.
E soprattutto: perché.Questa puntata è una prosecuzione naturale della riflessione sul linguaggio fotografico affrontata nell’episodio precedente.
È un ponte necessario, per distinguere la street utile, consapevole, necessaria, da quella puramente estetica o collezionistica.
Approfondimenti e riflessioni scritte sono disponibili sul sito:
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Questa puntata nasce da una domanda semplice, ma fondamentale:
una fotografia può comunicare più di ciò che mostra?Partendo da una mia immagine e dall’analisi degli elementi della scena, esploriamo il ruolo delle figure retoriche nella fotografia: ironia, metafora, ossimoro, allegoria.
Strumenti che trasformano un’immagine in un vero e proprio linguaggio visivo, capace di raccontare emozioni, contraddizioni e silenzi.Non parliamo di tecnica fine a sé stessa, né di estetica decorativa.
Parliamo di significato, di lettura delle immagini, di come osservare e interpretare ciò che vediamo — una preparazione ideale per ciò che verrà dopo.Perché la prossima puntata sarà dedicata a fotografia street consapevole, quella che osserva il mondo senza semplificare, che racconta storie reali e invisibili, che insegna a guardare davvero.
👉 Scopri di più anche nell’articolo completo con la fotografia analizzata:
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Ron Galella non è stato solo un paparazzo.
È stato un autore capace di trasformare l’istante in un’immagine destinata a rimanere.In questa puntata racconto la sua storia, la sua ossessione per Jackie Kennedy, la nascita di Windblown Jackie e il significato profondo di una fotografia che diventa iconica.
Attraverso il suo sguardo, la sua voce e una celebre intervista, entriamo nel cuore di una fotografia che non chiede il permesso, che vive di rischio, intuizione e destino.
Una puntata lunga, narrativa, quasi documentaristica.
Una riflessione su cosa significa davvero lasciare un segno nella storia della fotografia.Per approfondire questi temi, leggere l'articolo completo e vedere le immagini, visita:
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Alcune fotografie di guerra non hanno solo documentato i conflitti.
Li hanno cambiati.
Durante la guerra del Vietnam, il fotogiornalismo ha avuto una libertà e un impatto che oggi sembrano quasi impensabili.
Le immagini arrivavano nelle case delle persone senza filtri, mostrando la guerra per quello che era: dolore, paura, umanità.In questa puntata di Fotografia come linguaggio rifletto sul ruolo del fotogiornalismo di guerra, mettendo a confronto il Vietnam e i conflitti contemporanei.
Oggi i fotografi lavorano spesso in contesti controllati, embedded, con una libertà narrativa ridotta e un pubblico sommerso da immagini continue.
Il rischio non è non vedere, ma non sentire più.Attraverso esempi storici e contemporanei, questa puntata prova a interrogarsi su una domanda centrale:
il fotogiornalismo ha ancora il potere di scuoterci le coscienze?Per approfondire questi temi, leggere l’articolo completo e vedere le immagini, visita:
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Il fotogiornalismo di matrimonio è spesso raccontato come una naturale estensione del fotogiornalismo.
Ma le cose non stanno esattamente così.In questa puntata di Fotografia come linguaggio rifletto sulle differenze reali e sostanziali tra fotogiornalismo e fotografia di matrimonio, andando oltre le etichette e le semplificazioni.
Contesto, responsabilità, rischio, intenzione narrativa: sono questi gli elementi che distinguono due linguaggi spesso confusi, ma profondamente diversi.
Chiamare il fotogiornalismo di matrimonio “fotogiornalismo” non lo rende più autorevole, e non toglie nulla alla dignità della fotografia di matrimonio.
Al contrario, fare chiarezza significa rispettare davvero entrambi.Una riflessione sincera sul valore del racconto, sulla fotografia come linguaggio e sul ruolo del fotografo quando decide di essere testimone, non regista.
Approfondimenti e articoli sul tema su:
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Ogni fotografia porta dentro lo sguardo di chi l’ha scattata.
Anche quando finge di essere invisibile.In questa prima puntata di Fotografia come linguaggio parlo di autorialità nella fotografia di matrimonio.
Di perché non esistono immagini neutre.
Di come ogni scelta – anche quella di non intervenire – racconti qualcosa di chi siamo.Se senti che la fotografia non è solo tecnica, ma anche pensiero, responsabilità e racconto, questa puntata è per te.
Per vedere le immagini e approfondire i temi trattati, visita il mio sito:
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Non tutte le fotografie servono a essere belle.
Alcune servono a dire qualcosa.Da questa idea nasce Fotografia come linguaggio, un podcast per chi sente che la fotografia non è solo tecnica, ma sguardo, scelta, responsabilità.
La puntata zero non è un’introduzione convenzionale: è il motivo per cui questo progetto esiste.
Se senti che la fotografia per te è più di un esercizio estetico, questo spazio è anche tuo.Per vedere tutte le fotografie, leggere gli articoli correlati e approfondire i temi trattati nel podcast, visita il mio sito:
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