Afleveringen

  • ®

    Ecoansia o ansia da cambiamento climatico? Cosa si intende per ecoansia e cosa si intende per cambiamento climatico? E da quando e perché si è cominciato a parlare di ecoansia?

    Uno dei primi e più citati articoli scientifici sull’argomento, pubblicato nel 2011 sulla rivista American Psychologist, descrisse gli effetti negativi del cambiamento climatico sulla salute mentale e sul benessere delle persone. Fu scritto da una ricercatrice e un ricercatore statunitensi, Susan Clayton e Thomas J. Doherty, esperti in un campo di studi che unisce psicologia e scienze ambientali.

    Si parla di ecoansia quando l’ansia diventa un fenomeno clinicamente significativo, difficile da controllare e in grado di interferire con la capacità di una persona di dormire, lavorare o socializzare.

    Nel 2021 la rivista scientifica Lancet pubblicò uno dei più ampi studi di sempre sulla diffusione dell’ecoansia nella popolazione mondiale giovanile, condotto su un campione di 10mila persone di età compresa tra 16 e 25 anni in dieci paesi Ai partecipanti fu chiesto di esprimere attraverso un questionario idee e sentimenti riguardo al cambiamento climatico e alle risposte dei governi al cambiamento climatico. Il 59 per cento si definì «molto o estremamente preoccupato» e l’84 per cento almeno «moderatamente preoccupato».

    Ne parliamo con due ospiti, Serena Barello, direttrice del Laboratorio di psicologia della salute dell’Università di Pavia , che ha coordinato un’indagine sull’eco-ansia nei bambini e Matteo Innocenti, psicoterapista ed “ecoterapista” ed autore del libro “Ecoansia - I cambiamenti climatici tra attivismo e paura”

    Instagram: matteoinnocenti_md

    Prima emissione: 16 novembre 2024

  • Il suo video su come vestirsi a 90 gradi sottozero è stato visto da oltre 335 mila utenti e il suo profilo Instagram è seguito da 160 mila follower. Forse neanche lui si aspettava tanta notorietà, almeno all’inizio quando accettò quasi per caso la sfida di andare per alcuni mesi a lavorare in condizioni proibitive in una base di ricerca italo-francese in Antartide.
    Marco Buttu ci ha preso gusto e a Concordia (questo il nome dell’avamposto internazionale posto sopra 3000 metri di ghiaccio nell’entroterra del continente antartico) soggiornandovi in tre occasioni: 2018, 2021 e 2024. La sua esperienza è sfociata in una serie di incontri pubblici, sempre seguitissimi, in cui il ricercatore italiano di origini sarde, ingegnere di software per radiotelescopi dell’Istituto nazionale italiano di astrofisica (Inaf) con esperienza post-laurea all’EPFL, ripercorre la sua vita al Polo Sud in condizioni estreme di temperatura e assenza di luce solare che dura mesi. È come intraprendere un viaggio a bordo di una astronave verso un altro pianeta, arido e inospitale come potrebbe essere Marte. Anche per questo Marco Buttu ha intitolato il suo libro Marte bianco, con il bianco come colore delle distese glaciali dell’Antartide. In occasione di un suo recente incontro pubblico ad Arbedo, promosso dal Circolo culturale sardo Coghinas, abbiamo chiesto a Marco Buttu di raccontarci il valore umano e scientifico di questa sfida ai confini del mondo.

  • Zijn er afleveringen die ontbreken?

    Klik hier om de feed te vernieuwen.

  • Nel cielo è solo un puntino rosso, ma nella nostra mente è molto di più: Marte è deserto, utopia, miraggio, specchio, futuro. Il pianeta rosso non è solo uno dei principali obiettivi dell’esplorazione spaziale, da secoli è il luogo dove proiettiamo sogni, paure e fantasie. Ne parliamo in questa puntata del Giardino di Albert con Silvia Kuna Ballero, astrofisica, divulgatrice e autrice del saggio Rapsodia marziana (Codice Edizioni). Dalle sonde Mariner alle imprese di Perseverance, la puntata ripercorre la storia dell’esplorazione marziana, tra scoperte sorprendenti e misteri ancora irrisolti. Ma un giorno sarà davvero possibile colonizzare Marte? Ha senso parlare di Marte come il futuro dell’umanità? O rischiamo solo di ripetere nello spazio i nostri errori? Il viaggio verso il Pianeta rosso è prima di tutto un viaggio culturale. Silvia Kuna Ballero ci guida in questo racconto a più dimensioni, tra scienza e mito, tra tecnica e utopie. Marte, come dice l’autrice, è molto più di un pianeta, è già un mondo abitato da noi, dalle nostre storie, dalla nostra immaginazione, e forse, un giorno molto lontano ci sveglieremo marziani.

  • Ogni like, commento o post che pubblichiamo online nasconde molto più di quello che immaginiamo. In questa puntata de Il Giardino di Albert, esploriamo le potenzialità dell’Intelligenza artificiale (AI) nell’ambito della salute mentale: l’uso dell’AI per riconoscere segnali di depressione, autolesionismo o disturbi alimentari semplicemente analizzando ciò che scriviamo sui social.
    Con Andrea Raballo, psichiatra, e Antonietta Mira, statistica, entrambi professori dell’Università della Svizzera italiana, scopriremo come modelli linguistici - da BERT fino ai più avanzati LLM (Large Language Model) come GPT-4 - siano in grado di “compilare’” test clinici come il Beck Depression Inventory partendo da semplici post anonimi su un social, con una precisione sorprendente. Ma come funziona davvero? E soprattutto: può l’AI sostituire la diagnosi fatta dal medico psichiatra?
    Tra sfide etiche, miti e potenzialità inedite, un viaggio nel futuro della psichiatria, dove gli algoritmi non diagnosticano, ma aiutano a intercettare chi ha bisogno di aiuto, perché le parole che lasciamo online sono finestre aperte sulla nostra psiche, e oggi, forse, c’è chi sa leggerle meglio di noi.

  • Circa la metà della popolazione mondiale oggi vive nelle città: nell’Unione Europea, per esempio, dal 1961 al 2018 c’è stato un costante abbandono delle zone rurali e una crescita dei cittadini, in Svizzera, dagli anni ’80 ad oggi, la superficie di insediamenti urbani è aumentata di quasi un terzo. L’espansione delle città è avvenuta a spese di colture agricole e di habitat ecologicamente preziosi, come i prati naturali, i frutteti e anche i boschi. Ma non necessariamente città fa rima con deserto naturalistico: anzi, Il paesaggio urbano è uno dei temi centrali del piano d’azione della Strategia Biodiversità Svizzera. Per salvaguardare la biodiversità e garantire l’interconnessione ecologica, è necessario creare nuovi paesaggi urbani e periurbani, con spazi verdi e spazi riservati alle acque, sia nelle zone centrali sia ai margini degli insediamenti.

    Ospiti di Alessandra Bonzi, Giulia Donati, ricercatrice per l’EAWAG (l’Istituto per la Ricerca sulle acque) e lead author del progetto BlueGreenNet: reti socio-ecologiche per promuovere la biodiversità nei Paesaggi dominati dall’uomo e Giudo Maspoli, collaboratore scientifico per l’ufficio Natura e paesaggio del Canton Ticino.

  • Che cosa significa davvero invecchiare? È possibile rallentare, o addirittura invertire, i meccanismi che ci portano ad accumulare anni e fragilità? La nuova puntata de Il Giardino di Albert ci accompagna in un viaggio appassionante e rigoroso alla scoperta dei segreti della longevità.

    In un dialogo con due scienziati di primo piano – il professor Alessandro Cellerino, fisiologo della Scuola Normale Superiore di Pisa e Leibniz Chair all’Istituto per l’Invecchiamento di Jena, e il professor Nicola Vannini, ricercatore al Ludwig Institute for Cancer Research dell’Università di Losanna e da poco ordinario all’Università di Friburgo – la puntata esplora le strategie per vivere più a lungo e, soprattutto, meglio. Dallo studio dei mitocondri e delle cellule immunitarie, fino all’analisi dei cambiamenti del corpo e della mente nel tempo, l’invecchiamento viene raccontato come un processo naturale di cambiamento, un processo complesso, ma in parte modulabile. Si parla di alimentazione, prevenzione, genetica e di sorprendenti modelli animali – come un pesciolino africano che vive pochi mesi o lo squalo della Groenlandia, capace di raggiungere i cinquecento anni – per comprendere come il nostro corpo reagisce al tempo che passa.

  • Il sorgo, originario dell’Africa, è una coltura ancora poco conosciuta in Europa e in Svizzera, ma è una pianta adatta ai climi secchi; ha un elevato potenziale di biomassa e può essere impiegata sia per l’alimentazione umana che per quella animale. E non solo… il sorgo - tra i cinque cereali più coltivati al mondo e uno degli alimenti di base delle popolazioni africane- è un cereale a basso contenuto di nichel e suoi chicchi non contengono glutine e per questo può essere consumato anche da chi soffre di celiachia. Sciamani e sacerdoti africani, da migliaia di anni, hanno scoperto il sorgo e lo hanno usato per curare e guarire e, di fatto, questa pianta ha potenti proprietà immunitarie e antinfiammatorie.

    Un futuro superfood? C’è chi se lo augura e c’è chi ne è convinto.

    Anche per questo motivo dal 2024 in Ticino ha preso il via il progetto RiSorgo che si pone come obiettivo quello di trovare una o più varietà di sorgo da granella adatte alle condizioni climatiche svizzere e testare la produzione di pasta nella filiera locale ticinese. Alessandra Bonzi ne ha parlato con Monia Caramma, sustainable food researcher, Romina Morisoli collaboratrice tecnico scientifica per Agroscope e Lucia Bernasconi, collaboratrice scientifica per AGRIDEA.

  • Nel 1901, il medico Alois Alzheimer annotava sul caso clinico di Auguste Deter: “Non ricorda quasi nulla”. Di lì a pochi anni fu definita e diagnostica per la prima volta la malattia di Alzheimer, era il 1906. Oggi è ancora una delle malattie più temute del nostro tempo, ma anche un campo in cui ricerca e cura stanno evolvendo profondamente.

    In questa puntata, la neuroscienziata Federica Ribaldi dell’Università di Ginevra ci accompagna tra le scoperte più recenti legate all’Alzheimer, ai processi di degenerazione, ai fattori di rischio, alla prevenzione ma anche alle nuove cure farmacologiche che in questo ultimo anno sono entrate nel mercato.

    Visiteremo anche il nuovo Centro diurno di Pro Senectute a Lugano, dove persone con forme diverse di demenza, non solo Alzheimer, sono accolte ogni giorno in un ambiente che ricorda una casa, e non una struttura sanitaria. Qui si lavora con terapie come la Cognitive Stimulation Therapy, un approccio riconosciuto a livello internazionale, che valorizza ciò che resta, più che ciò che si perde, all’insegna della socialità e dell’autodeterminazione. A raccontarci questa realtà sono Luca Borgonovo, direttore sanitario, e Marinella Ortelli, responsabile della supervisione clinica e organizzativa.

    Una puntata che parla di scienza e quotidianità, per guardare da vicino e dare valore a ciò che resta oltre l’oblio.

  • Di lui hanno scritto e parlato le testate giornalistiche di mezzo mondo, dal “New York Times”, al “Guardian”, da “Le Monde” a “Die Zeit” alla “Neue Zürcher Zeitung”. La sua vicenda è diventata un caso internazionale e ne è stato tratto un docufilm dal titolo “The Researcher” (di Paolo Casalis) apparso lo scorso anno con questa presentazione: Gianluca Grimalda, ricercatore universitario, licenziato per essersi rifiutato di prendere un aereo. Lo ha fatto per risparmiare 5 tonnellate di CO2 e sensibilizzare l’opinione pubblica sulle cause del cambiamento climatico. La storia di Grimalda è diventata ancora più significativa, quando a gennaio 2025 – dopo che migliaia di scienziati avevano firmato un documento in suo favore – ha fatto scalpore la notizia che al ricercatore italiano è stato riconosciuto da un tribunale tedesco il diritto a un risarcimento per licenziamento ingiustificato dall’istituto di economia mondiale di Kiel per il quale lavorava. Pur non avendo riottenuto il suo posto, il suo rifiuto di prendere l’aereo per rientrare dall’Isola di Bougainville, in Papua Nuova Guinea, è stato riconosciuto come legittimo. I circa 40 mila km percorsi tra andata e ritorno senza aerei sono valsi a Grimalda un riconoscimento internazionale che forse neppure lui immaginava. Nel caso Grimalda – ha dichiarato l’economista dell’Università di Losanna e autrice Ipcc Julia Steinberger - il sistema giudiziario ha dimostrato una maggiore comprensione della nostra realtà di conclamata crisi climatica rispetto a un istituto di ricerca. «La comunità scientifica e la società civile di tutto il mondo – ha aggiunto la ricercatrice svizzera - dovrebbero essere grate al dottor Grimalda per aver seguito la sua coscienza e aver portato avanti questa causa contro l’istituto di Kiel».

    Gianluca Grimalda continua a lavorare come economista comportamentale e ricercatore sull’impatto dei mutamenti climatici sulle popolazioni della Papua Nuova Guinea e a non prendere l’aereo per viaggiare.

  • ®

    La storia del gipeto è la storia di un animale perseguitato, in passato su questo rapace aleggiavano molti miti negativi: si credeva che predasse agnelli e persino bambini e questa credenza derivava dalla sua abitudine, nel periodo autunnale, di trasportare nel nido lana e pellicce... Insomma, povero gipeto, per queste sue caratteristiche, l’uomo ne ha sempre avuto paura e tra il 1800 e il 1900 un po’ in tutta Europa e in Svizzera furono abbattuti e a poco a poco scomparvero. Oggi la falsa immagine del gipeto è stata corretta e il maestoso uccello ha fatto ritorno tra noi, anche in Ticino, questo grazie a un progetto di reintroduzione avviato in Austria nel 1986.
    Ne parliamo con Chiara Scandolara, ornitologa di Ficedula e Patrick Scimé, un appassionato osservatore di questo carismatico rapace.

    E la buona notizia è che la Stazione ornitologica svizzera, la Fondazione Pro Gipeto e il Dipartimento di biologia della conservazione dell’Università di Berna hanno condotto uno studio per comprendere meglio la demografia del Gipeto nelle Alpi e l’aspetto particolarmente positivo è che lo studio ipotizza che, alle condizioni attuali, la popolazione alpina raddoppierà in dieci anni.

    Prima emissione: 22 marzo 2025

  • Questa storia ha inizio nel 2003 quando una studentessa americana, Jennifer Barlow (che all’epoca aveva 15 anni) suggerì di dedicare ogni anno una notte all’oscuramento delle luci esterne per consentire alle persone di ammirare il cielo “Voglio che le persone possano vedere la meraviglia del cielo notturno senza gli effetti dell’inquinamento luminoso. L’universo è la nostra visione del passato e del futuro. Voglio contribuire a preservare la sua meraviglia”

    Più di un anno dopo, la National Dark Sky Week, fu osservata per la prima volta in tutti gli Stati Uniti e nell’aprile 2003 fu deciso di dar vita ufficialmente alla settimana internazionale del cielo scuro (International Dark Sky Week) che quest’anno si celebra a partire da lunedì 21 aprile.

    La settimana del cielo scuro è un evento mondiale che richiama l’attenzione sull’inquinamento luminoso e le sue conseguenze, promuove soluzioni semplici per mitigare il problema e celebra la grandiosa bellezza di una notte naturale.

    Ne parleranno con Alessandra Bonzi Stefano Klett, responsabile per la Svizzera Italiana di Dark-Sky Switzerland, Chiara Scandolara ornitologa per FICEDULA e Marzia Mattei, biologa e resp. del Centro protezione Chirotteri Ticino.

  • Ogni volta che inviamo un messaggio su WhatsApp, salviamo una foto nel cloud, chiediamo qualcosa a un algoritmo di intelligenza artificiale o guardiamo un film in streaming, mettiamo in moto una rete invisibile ma potentissima: quella dei data center.
    Veri e propri cuori pulsanti della nostra società iperconnessa, queste infrastrutture sono i luoghi fisici in cui vivono i nostri dati digitali.
    In questa puntata de Il Giardino di Albert esploriamo il mondo nascosto dei data center: cosa sono, come funzionano e perché la loro sostenibilità è diventata una delle grandi sfide del nostro tempo. Scopriremo come le nostre abitudini digitali influenzano il consumo energetico globale, e quali tecnologie si stanno sviluppando per rendere più sostenibili queste immense “fabbriche di dati”.
    Con Matteo Casserini, docente-ricercatore alla SUPSI e co-responsabile del Bachelor in Data Science e Intelligenza Artificiale, ci addentreremo nella dimensione più tecnica e organizzativa dei data center, cercando di capire come l’intelligenza artificiale stia rivoluzionando anche il modo in cui queste strutture vengono progettate e gestite. Marco Bettiol, economista della sostenibilità e docente all’Università di Padova, ci guiderà invece in un’analisi critica dell’impatto ambientale del digitale, a partire dalle riflessioni del suo libro La sostenibilità ambientale del digitale: il ruolo dei data center. Infine, Nicola Moresi, CEO e Founder di moresi.com, pioniere nella costruzione di data center nella Svizzera italiana, ci racconterà cosa rappresenta un’infrastruttura di questo tipo a livello locale.
    Una puntata per riflettere su cosa significa “vivere nel cloud”, e su come le nostre scelte digitali modellano — nel bene e nel male — il mondo reale.

  • Le storie ci aiutano a dare senso alla vita e a comprendere gli altri. Ma possono anche curare? La medicina narrativa, una disciplina ancora poco nota ma capace d’incidere profondamente nelle nostre vite, ci mostra come le storie, a partire dalle nostre biografie, possano aiutarci nei percorsi di cura, migliorarando il rapporto medico-paziente e aiutando a gestire la malattia in modo più consapevole.

    In questa puntata esploreremo il potere terapeutico delle storie con Stefano Calabrese, esperto di medicina narrativa e neuronarratologia, professore all’Università di Modena e Reggio Emilia ma anche alla IULM e all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, e Marta Fadda ricercatrice senior presso l’Istituto di medicina di famiglia dell’Università della Svizzera italiana e affiliata al Center for Bioethics della Harvard Medical School.
    Con Stefano Calabrese capiremo cosa succede nel cervello quando ascoltiamo o raccontiamo una storia, come le narrazioni attivano emozioni, memoria ed empatia? Che cos’è la neuronarratologia e come letteratura e medicina abbiamo scoperto di poter lavorare insieme.
    Con Marta Fadda entreremo nella pratica clinica, capiremo quali sono i benefici della medicina narrativa, come viene applicata nei contesti sanitari della Svizzera italiana, parleremo di progetti concreti e di come il coinvolgimento attivo del paziente attraverso la narrazione possa migliorare la qualità dell’assistenza.

    Le storie, come diceva lo scrittore inglese Laurence Sterne “aggiungono un filo alla tela della nostra vita”.
    Forse, ascoltarle e raccontarle può aiutarci a curare non solo l’anima, ma anche il corpo.

  • Guardare il cielo è come guardare indietro nel tempo. Ma quanto lontano possiamo spingerci? E potremo mai viaggiare nel tempo, come sogna la fantascienza? A partire dalla mostra Macchine del tempo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) inaugurata presso le Officine Grandi Riparazioni di Torino, un affascinante viaggio tra telescopi e satelliti, strumenti che ci permettono di esplorare il cosmo e di scrutare sempre più lontano nello spazio e nel passato, ci chiederemo se e come è possibile viaggiare nello Spazio e nel tempo.

    A guidarci in questo percorso sarà la curatrice della mostra, l’astronoma Caterina Boccato, responsabile delle attività di didattica e divulgazione dell’INAF che ci racconterà come la tecnologia ha trasformato il nostro modo di osservare l’universo, dalla lente di Galileo fino ai più avanzati osservatori spaziali e l’astrofisico Alessandro Sozzetti direttore dell’Osservatorio Astronomico di Torino, con cui ci spingeremo oltre, esplorando i limiti del viaggio nello spazio e nel tempo.

    Perché, se è vero che nessuna nave spaziale può superare la velocità della luce, la relatività di Einstein ci dice che il tempo è tutt’altro che assoluto. È possibile quindi immaginare un viaggio nel tempo? E fino a che punto possiamo spingerci nel passato, osservando l’universo? Fantascienza e realtà si intrecciano in questa esplorazione tra tecnologia, astronomia e i sogni più audaci dell’umanità.

  • Da quando il 4 ottobre del 1957 il primo satellite artificiale, lo Sputnik, fu messo in orbita, lo spazio intorno al nostro pianeta si è popolato di migliaia di oggetti per la navigazione, le comunicazioni, la difesa e il monitoraggio ambientale, ma anche di tanta spazzatura, migliaia di tonnellate di rottami, frammenti di pochi centimetri o grandi come autobus che vagano senza controllo sopra le nostre teste. Dall’era dello Sputnik sono stati messi in orbita circa 12000 satelliti, di questi, solo una piccola parte, più o meno il 15%, è ancora funzionante. Noi esseri umani siamo degli inquinatori seriali, ma adesso il problema è tale che, da una decina di anni, si è cominciato a correre ai ripari. Oggi lo spazio è essenziale per la tenuta della nostra società, lo è per la ricerca scientifica, per la difesa e la nostra sicurezza, e sempre di più per le possibilità di sfruttamento commerciale che offre anche per aziende private. Alla luce di questo, il problema di farsi largo fra tutti quei detriti ed evitare incidenti è diventato prioritario. L’Europa, con la sua agenzia spaziale (Esa), si sta facendo carico di questo problema, così come la Nasa, l’agenzia spaziale statunitense. Ma come si monitorano frammenti e detriti grandi pochi centimetri, evitando che finiscano come proiettili contro qualche satellite operativo a decine di migliaia di km all’ora? O come ci proteggiamo dalla caduta sulla Terra di pesanti rottami, come è già successo di recente? A Medicina, nei pressi di Bologna, si trova il grande radiotelescopio la Croce del Nord, dedicato proprio a questo tipo di attività; ai piedi di questa imponente antenna abbiamo incontrato Germano Bianchi, responsabile del radiotelescopio e presidente del comitato tecnico-operativo italiano per il monitoraggio dei detriti spaziali, nonché membro del Consorzio Europeo SST (Space Surveillance and Tracking). Insieme a lui, abbiamo intervistato Francesca Letizia, ingegnere presso l’Agenzia spaziale europea (ESA), dove si occupa proprio di detriti spaziali e della definizione delle strategie e dei protocolli per mitigare questo problema.

  • Appena identificato nel dicembre dello scorso anno, l’asteroide 2024 YR4 è diventato rapidamente il corpo celeste più citato nei media e più seguito dalle agenzie spaziali nel mondo. Motivo? Secondo i primi calcoli astronomici questo asteroide del gruppo dei NEO (Near Earth Object) aveva qualche probabilità non trascurabile di entrare in collisione con la Terra il 22 dicembre 2032.
    L’ufficio dell’ONU per lo spazio e le organizzazioni per la sorveglianza dei pericoli spaziali hanno quindi lanciato l’allerta planetaria per una accresciuta sorveglianza di 2024 YR4 così da misurarne la reale pericolosità. Gli ultimi dati astronomici, raccolti anche grazie al Very Large Telescope dello European Southern Observatory (ESO) e al telescopio spaziale James Webb hanno riportato l’asteroide al grado zero sulla scala del potenziale pericolo di collisione. Il quale dipende da vari fattori, a cominciare dalle dimensioni: 2024 YR4 è stimato tra 40 e 100 m di lunghezza, abbastanza per provocare danni consistenti su scala regionale (come già nel 1908 a Tunguska, in Siberia). Da qui l’importanza di studiare attentamente le orbite dei cosiddetti NEO, che intersecano quella della Terra attorno al sole, ma anche la loro massa e composizione. Una rete di monitoraggio internazionale è ritenuta indispensabile per evitare di coglierci impreparati in coso di reale pericolo. Di questo e altro abbiamo parlato con: Luca Conversi, responsabile del Centro di coordinamento NEO del Planetary Defence Office dell’Agenzia spaziale europea (ESA) allo European Space Research Institute (ESRIN) di Frascati ed Ettore Perozzi, già responsabile del Centro di Coordinamento dell’ESA per i NEO e dell’Ufficio Sorveglianza spaziale per Asteroidi e detriti dell’Agenzia spaziale europea (ASI), oggi divulgatore scientifico.

  • Nell’ arcipelago delle Svalbard, nel Mar Glaciale Artico, si trova il villaggio più a Nord della terra, Ny-Ålesund, un luogo estremo, un grappolo di casupole di legno adagiato sulla sponda sud del Kongsfjorden, il Fiordo dei Re, un villaggio abitato perlopiù da volpi e orsi polari, dove giungono ricercatori da ogni parte del mondo. Quella che un tempo era una cittadina mineraria, ora è una base scientifica dove si monitora il livello di inquinamento dell’aria in relazione ai cambiamenti climatici, dove si può studiare uno degli ecosistemi più fragili al mondo e dove si possono vivere esperienze di vita e di lavoro uniche. A Ny-Ålesund, in estate, vivono circa 200 persone, in inverno poco più di 30 e tra i suoi abitanti ci sono anche due donne partite dalla Svizzera italiana: Tessa Viglezio, biologa e capo base della stazione di ricerca artica italiana e Camilla Capelli ricercatrice senior e responsabile del settore ecologia acquatica alla SUPSI che alle Svalbard sta studiando l’inverdimento delle rive dei laghi artici sotto l’effetto del cambiamento climatico.

    undefined
  • Quante volte vi capita di sentire o leggere la parola sostenibilità? Prodotti sostenibili, aziende e banche che sfoggiano marchi di sostenibilità, noi stessi ci sentiamo più virtuosi e in pace con la nostra coscienza se pensiamo di agire in modo sostenibile, nei consumi, negli spostamenti, nella scelta di un abito. Ma lo siamo davvero? Stiamo creando un mondo sostenibile? Una società in cui cresce la forbice della disuguaglianza è una società sostenibile? In realtà, per noi cittadini, l’essere ‘green’, cioè sostenibile e rispettoso dell’ambiente, spesso è diventato quasi un lusso, un privilegio, mentre per le aziende, il più delle volte, si riduce a un dovere burocratico, a una strategia di marketing che non porta vera sostenibilità. Viviamo così nell’illusione di fare qualcosa per l’ambiente e il clima, senza renderci conto di quanta ipocrisia ci sia dietro la parola “sostenibilità”, a partire dal mondo della politica fino a quello aziendale e bancario, come sostiene l’ex manager e consulente Roger Abravanel, per molti anni ai vertici della società di consulenza McKinsey & Co, nel suo libro Le grandi ipocrisie sul clima (Solferino, 2025). Nella puntata del Giardino di Albert metteremo in discussione i falsi miti della sostenibilità per capire cosa possiamo salvare e quali siano le strade virtuose da intraprendere, a partire dalla nostra quotidianità. A guidarci in questa analisi sarà Antonio Galdo, giornalista esperto di temi ambientali e autore del libro Il mito infranto. Come la sostenibilità ha reso il mondo più ingiusto (Codice edizioni, 2025).

  • Che fine hanno fatto i mammut? Da qualche tempo la sagoma di questo imponente animale si aggira per la città di Lugano, eppure circa 15.000 anni fa, alla fine dell’ultima glaciazione, i mammut si estinsero. A causarne l’estinzione contribuì l’innalzamento delle temperature. Il mammut con le sue zanne è il simbolo del festival “L’uomo e il clima”, in corso a Lugano fino a maggio 2025. Si tratta di una bella occasione di riflessione e approfondimento sul clima e i suoi cambiamenti, con proiezioni cinematografiche, incontri pubblici e ben cinque mostre, unite da un unico fil rouge: il fragile equilibrio fra lo sviluppo della nostra civiltà e il clima con i suoi cambiamenti. Il clima cambia da sempre, ma oggi lo fa con una rapidità e un’inerzia da parte nostra che, alla luce degli scenari che ci racconta la scienza, non può che preoccuparci. Non si può più mettere in dubbio il fenomeno del riscaldamento globale, né che l’essere umano ne sia la principale causa. Nel nostro Giardino incontreremo proprio l’ideatore del progetto, Gianluca Bonetti, nonché curatore della mostra principale presso il Museo delle Culture, fra le sue vite anche quella di fotografo paesaggista; insieme a lui, ci sarà il curatore dell’esposizione allestita presso la Biblioteca Cantonale e dedicata ai pionieri degli studi sul clima, Guido Milone.

  • Nata a Locarno, dopo un diploma infermieristico, Anna McLeod, ha studiato astrofisica e svolto ricerca in Olanda, Germania, Nuova Zelanda e negli Stati Uniti per approdare poi al ruolo di professoressa associata e ricercatrice in astrofisica extragalattica all’Università di Durham in Inghilterra. A meno di 40 anni il curriculum di questa scienziata locarnese con ascendenze franco-americane è di sicura eccellenza, con già quattro articoli scientifici pubblicati con i suoi gruppi di ricerca sulla rivista Nature, l’ultimo circa un anno fa. Anna McLeod ha assunto a ottobre 2024 la presidenza dell’Associazione astronomica AstroCalina che gestisce alcuni osservatori di pratica e divulgazione astronomica nella Svizzera italiana come quello di Carona, quello del Monte Lema e quello del nascente sito astronomico alla Capanna di Gorda in Val di Blenio. Cosa significa per un’astrofisica che insegna all’università in Inghilterra e che ha fatto ricerca utilizzando gli strumenti dei grandi telescopi internazionali come l’Osservatorio europeo australe in Cile (ESO) occuparsi di astronomia amatoriale nella Svizzera italiana? Sembra una contraddizione. Osservando più da vicino, tuttavia, con gli occhi della passione scientifica e divulgativa, ci si accorge che non si tratta di una contraddizione ma di una nuova via da seguire attraverso le stelle…