Afleveringen
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È stato singolare ritrovarmi di nuovo in piscina per delle gare al sabato e alla domenica. Ma soprattutto non riuscivo più a capire se fossi ritornata indietro nel tempo, come quando nuotavo agonisticamente – l'avevo fatto fino a giugno del 2016 –, o se fossi solo andata in avanti con un grande balzo, e un vuoto lasciato nel mezzo. Mi sono ritrovata con pochi ragazzi e ragazze più giovani attorno, e molti signori e signore, non più esattamente giovani, accanto. Appena arrivata al Bocconi Sport Center ho sentito quella piccola ansia pre-gara, mi mancava. Nello spogliatoio mi sentivo carica per buttarmi ancora una volta in quest'avventura. Dopo uno scioglimento, uno smollo veloce nella piscina bollente, funzionale per tenere calda ogni fibra muscolare, ero già in ritardo per la prima gara. Quindi corro nello spogliatoio a cambiarmi il costume, per averlo asciutto, poi mi metto i pantaloncini, la maglietta, e la cuffia della squadra, e vado con gli occhialini e il cartellino FIN in mano alla camera di chiamata. Mi siedo, osservo, non riesco ancora a capire in quale parte della vita fossi effettivamente finita, se indietro o se avanti, come dicevo, e spero fin da subito di non ritrovarmi a competere con una sessantenne che avrebbe fatto il mio stesso tempo con disinvoltura, o addirittura mi avrebbe battuta gareggiando nella corsia affianco. Metto gli occhialini e vengo chiamata, la mia batteria è la numero 2, l'ultima è la numero 1, la più veloce. Tenevo a quei 50 metri dorso come ho sempre tenuto a ogni gara, sarebbe stato impensabile vedermi distratta o svogliata, ero concentrata, ero lì per fare del mio meglio. Corsia 5, proprio al centro dell'attenzione, e via, si parte. Non avevo fatto il tempo che speravo, ma avevo dato tutto. Dopo una polmonite bilaterale, che il mio corpo non può avere ancora assorbito completamente, dovevo comunque ritenermi soddisfatta. In pochi giorni, in ospedale, il valore dell'emoglobina era sceso drasticamente, da 13 g/dL a 9 g/dL, non erano passati nemmeno due mesi da quando ero tornata a casa e mi sentivo un vermiciattolo molle senz'anima; l'integratore di ferro avrebbe avuto bisogno di altri mesi per far riarrivare al valore minimo di 13 g/dL l'emoglobina: con circa 10,5 g/dL di emoglobina, essere lì a disputare una gara, dopo tutto quello che mi era successo, doveva solo farmi dire "complimenti Miriana, non molli mai, anzi, rilanci e basta". Così vado a fare qualche vasca di defaticamento, e mi ripreparo per andare in camera di chiamata per la seconda gara. Mi mancavano i 50 metri stile libero per quel giorno, poi di domenica, sempre di pomeriggio, avrei fatto i 100 metri dorso. Ero più contenta del tempo nei 50 m stile libero, e anche dopo i 100 m dorso del giorno successivo il messaggio era chiaro: il dorso andava allenato ancora molto, si nuota sempre troppo a stile libero in allenamento, e anche di questo si pagano le conseguenze. Però la vita ti premia quando meno te lo aspetti, avevo lottato tanto, e lei questo lo sapeva. Ero più contenta del tempo dei 50 m stile libero che dei 50 e dei 100 m dorso, l'ho detto, ma già sabato sera, dopo essermi lavata e preparata e aver raggiunto il mio ragazzo e i miei genitori, che mi aspettavano nella parte alta di questa lussuosa piscina, sono rimasta confusa per molti minuti, non mi sarei mai aspettata che mio padre stesse tenendo al collo una medaglia, una mia medaglia, perché l'avevo vinta, ma non nei 50 stile libero, bensì nei 50 dorso! Ero arrivata terza, anche con un bel margine dalla 4ª classificata. Ero contenta, non per il tempo effettuato, ma per quel segnale di speranza, di sorpresa e di stupore, che ancora una volta la vita si era sentita di offrire.
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Il primo pulsante del citofono è il mio, ed è una condanna perché la postina preme sempre quello, sia per portare la posta a chiunque, sia per portare della posta a me. La verità è che se preme "piano" si sa che non è della posta per noi, ma se preme "pesantemente" allora si sa che è per noi! Un giorno era per noi, non era per mio padre, non era per mia madre, ma non stavo aspettando niente, perché era per me? Scendo, scambio due parole con la postina di fiducia, ormai è una di casa, mi chiede se va tutto bene, le rispondo che insomma, stavo per morire con la polmonite, quindi mi racconta che anche lei l'aveva fatta forte alla mia età, ma c'erano metodi di cura molto diversi e dovette continuare a curarsi per un anno intero. Firmo, mi dà la misteriosa busta che era stata spedita a me, comincio a sperare non sia una multa, la scarto mentre risalgo con l'ascensore, non capisco che cavolo ci fosse scritto su quei fogli, li riguardo dentro casa, trovo le parole chiave che mi chiariscono tutto: "spese processuali". Cerco la somma da pagare, in verità non voglio leggerla, ma purtroppo la trovo, è incomprensibilmente bassa, mi dico che sarà solo una rata di più rate... Leggo e rileggo, non si tratta di una rata, è proprio il totale, non avrei dovuto pagare altro. Comincio a ridere, a rotolarmi, non riesco a credere che il padre di Giorgio Seganos in alcuni anni abbia creato un processo di... 150€. Centocinquanta euro. Devo ben 15000 centesimi di euro allo Stato, perdindirindina! Era partita la musica, in mezzo alla camera c'ero io a ballare con le spese processuali in mano, pagate subito dopo. Avrei pagato di più se fossi passata col rosso al semaforo, ma il semaforo era verde, la pista tutta per me.
[In coda "Crazy" di Gnarls Barkley]
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Zijn er afleveringen die ontbreken?
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Ho odiato tantissimo il letto col materasso ad aria che continuava a gonfiarsi e a sgonfiarsi a un ritmo spropositato; comprendo la necessità di un tale sistema per fare muovere almeno un minimo le membra dei malati, soprattutto anziani, costretti a non lasciare il letto nemmeno per un momento, ma a causa delle famose punture del secondo antibiotico, poi inutile, che mi aveva fatto Rosa, quello stupido materasso mi premeva ogni santa volta sui lividi che mi si erano creati sui glutei, che dolore! come se non bastassero già tutti gli altri fastidi che dovevo affrontare durante la giornata, e durante ogni nottata passata in ospedale! L'apnea di brutti ricordi si interrompe solo quando finalmente la febbre scompare, e più o meno parallelamente posso cominciare a camminare avanti e indietro anche nei due lunghi corridoi del reparto, a lasciare quella stanza ormai soffocante, perché mi viene data una piccola bombola di ossigeno su un carrellino trascinabile. E pensare che questo cambiamento è avvenuto giusto in tempo, perché l'anziana signora della mia stanza ha poi cominciato a stare male, a ingolfarsi di catarro e a non riuscire a espellerlo, a tossire emettendo un alito molto cattivo, tanto da far diventare l'aria della stanza pesantissima, irrespirabile, soprattutto per qualcuno coi polmoni provati come me. Così la prima notte della "libertà corridoriale" sono uscita dalla stanza per disperazione, dicendo alle infermiere di aiutare la signora perché, senza offesa, ironicamente e seriamente allo stesso tempo, stava diventando insopportabile. Allora mi ritrovo a sedermi fuori dalla stanza, con una sedia nel corridoio, tanto con le crisi della signora quella notte non avrei potuto dormire. Inoltre, gli schiamazzi notturni degli infermieri, a qualsiasi orario, erano veramente schifosi, colpevoli, ma presto avrei trovato una soluzione anche per quelli: un paio di tappi per le orecchie mi avrebbero fatto dormire per qualche ora rigenerante nelle ultime due notti. Hanno poi aiutato la signora, le hanno aspirato via tutto il macello di scarto che la soffocava, ma ho continuato a mettermi fuori dalla stanza con la sedia un po' quando ne sentivo il bisogno, perché nella stanza l'aria diventava spesso irrespirabile e l'areazione ci metteva sempre del tempo a renderla di nuovo pulita. Quando mi hanno tolto un accesso venoso e l'arteria artificiale, rimanendo con un solo accesso venoso, mi sembrava come di volare, avevo abbandonato il bastone delle flebo, avevo potuto mettere un pigiama normale senza incastrare i tubicini nelle maniche – per questo fino a lì avevo indossato ancora il camice, con una maglia apribile davanti, pesante, sopra, anche per passeggiare nell'intero reparto. La mia ripresa è stata eccezionale, in qualche giorno sono stata immensamente meglio, il mio fisico reattivo era ritornato all'attacco, a un certo punto avevano portato via la maschera CPAP senza farmela più vedere, dicendo fosse quello il percorso: attaccartici costantemente all'inizio per poi toglierla repentinamente e farti reagire da solo. All'orario di visita era bello vedere i miei genitori nella parte esterna del reparto, sempre con la bomboletta dell'ossigeno a portata di mano in caso di necessità, ma anche quella sempre meno in uso. Durante gli ultimi tre giorni sono anche stata soprannominata "la portinaia", perché la mia stanza si trovava appunto all'ingresso del reparto, e per scappare dall'alito pesante della signora mi mettevo nel corridoio a leggere "Il fuoco interiore" di Alberto Mantovani, che sempre per un incastro del destino, si trovava nella mia scaletta di lettura proprio in quel momento della mia vita. Ma quello che mi è rimasto più addosso nelle passeggiate finali della terapia sub-intensiva, era stata la visione di quella cascata di stanze piene di anziani, che mi facevano chiedere sempre più dove diavolo fossi finita, e perché.
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Dopo la prima notte in pronto soccorso, la piccolissima colazione, e altro tempo trascorso con la maschera CPAP, ho rivisto i miei genitori, che sono passati a trovarmi. Poi il primario di pronto soccorso, insieme ad altro personale sanitario, si è adoperato per trovarmi una nuova sistemazione nell'ospedale, perché ovviamente non avrei dovuto stare in pronto soccorso in via definitiva. L'idea del primario, che ha condiviso anche con i miei genitori, era quella di portarmi in terapia intensiva, ma visto che quel reparto era già al completo, avrei potuto prendere posto in terapia sub-intensiva (che si trova appena prima dell'intensiva). Mi ci hanno trasportata su una barella chiaramente – dato che non avevo più potuto mettere un piede a terra dal momento del ricovero –, indossando gli occhialini per l'ossigeno, e con l'accompagnamento dei miei genitori. Si trattava della prima stanza all'ingresso del reparto, letti 11 e 12, il 12 già occupato da una signora, l'11 per me. Ho risalutato i miei genitori, mi hanno rimesso la maschera CPAP fino al pranzo; ho mangiato, cercando di capire dove fossi finita e perché, con tanti dubbi di come, e se, si sarebbe risolta la situazione. Nel pomeriggio ho dovuto rimettere la maschera CPAP, e poi alle 17, orario di visita, sono arrivati i miei genitori. Erano scossi, la dottoressa del reparto ha cercato di tranquillizzarli un po', a me questo non faceva bene, intristiva e preoccupava. Poi ho cenato, e prima di un'altra nottata infinita con la maschera CPAP, ho ricevuto la prima buona notizia: avevano trovato il batterio che mi stava tormentando da giorni, Mycoplasma Pneumoniae, e quindi avrebbero potuto somministrarmi l'antibiotico giusto fin da subito. Grazie a tutti i prelievi effettuati avevano cercato la presenza di qualsiasi tipologia di Coronavirus, di qualsiasi tipologia di polmonite, fino ad arrivare a quella conclusione. Gli altri antibiotici non avevano funzionato perché il cattivissimo Mycoplasma Pneumoniae si è specializzato a riconoscerli. La nottata è stata comunque molto pesante, l'infermiera mi aveva legato i capelli malissimo (pensando di fare bene) e non vedevo l'ora di togliere la maschera CPAP, dopo la colazione ho avuto un calo, uno sfogo col pianto, mi avevano letteralmente tirata per i capelli, non capivo perché mi stesse capitando tutto quello, visto che fino a poco prima stavo benissimo. Allora la dottoressa del reparto è venuta a spiegarmi che è proprio un paradosso, sì Miriana, perché sono proprio i fisici più forti, col sistema immunitario più agguerrito, che cercando di combattere al massimo si buttano automaticamente ancora più a terra. Non ero debole, bensì ero giovane, ero troppo forte, e il mio corpo stava strillando da giorni, con la febbre fino a 40 °C che non osava mollare se non sotto effetto del paracetamolo. Il nuovo antibiotico ci avrebbe messo almeno due giorni per farmi stare meglio, dovevo resistere. E così è stato, ho pranzato un po' triste, ho rivisto i miei genitori e finalmente anche il mio ragazzo all'orario di visita, tenuto di nuovo la maschera CPAP, cenato senza voglia, e per fortuna, dopo 48 ore attaccata al letto, la sera del 27 settembre mi hanno fatta rialzare, semplicemente per andare al bagno per conto mio. Ma che fatica ottenere quella piccola libertà!
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La prima notte in ospedale s'è poi rivelata durissima. Nel pomeriggio avevo mangiato dei wafer al cioccolato fondente presi a una macchinetta durante l'attesa coi miei genitori, e meno male, perché durante la prima serata e la prima nottata in pronto soccorso, non ci sarebbe stata nessun'altra occasione per mangiare qualcos'altro. Subito dopo aver messo il camice, cominciano a venire da me una successione di infermieri e di medici, e anche due rianimatrici pronte a spiegarmi che sarebbe servito applicarmi un'arteria artificiale al polso, perché i prelievi dall'arteria sarebbero diventati subito dopo molto frequenti. Quindi dopo due accessi venosi, mi viene installato questo nuovo marchingegno al polso, con l'aiuto di un'anestesia locale, e un bel po' di lavoro. Tengo i denti stretti, anche se qualche dolore si stesse sentendo lo stesso, poi le due rianimatrici mi dicono che gli è necessario mettermi due punti per rendere ben stabile l'arteria artificiale, resisto con pazienza ancora un po' e il lavoro è fatto. Le rianimatrici si complimentano con me, dicendo avessi avuto molta pazienza e fossi stata molto ferma e collaborativa, visto che si trattasse di un'operazione delicata e un po' fastidiosa. Nel mentre avevo ancora l'ossigeno attaccato al naso, delle infermiere mi avevano fatto dei prelievi venosi a tradimento su un braccio, e sull'altro avevano avviato una flebo per idratarmi bene durante tutto quello che sarebbe avvenuto per tutta la notte, di lì a poco. Le stesse rianimatrici mi introducono a un nuovo marchingegno, la cosiddetta maschera a pressione CPAP, che a differenza delle piccole cannucce che stavo fin lì indossando, che portano solo l'ossigeno al naso agganciandosi sopra alle orecchie – poi ho scoperto si chiamassero "occhialini" –, prevedeva, in aggiunta all'ossigeno, l'uso della pressione per facilitare il riempimento dei polmoni e l'innalzamento della saturazione. Ma allora, non potendo più abbandonare il letto a causa della flebo, e di questa maschera che mi stavano per attaccare, un'infermiera è arrivata per farmi indossare un bellissimo pannolone, che mi sarebbe servito per urinare durante tutte quelle ore legata al letto. Sul momento ho pensato di non essere capace di farmela addosso, mi sembrava ridicolo, ma ben presto dovetti abituarmici, e non risultò nemmeno difficile, poiché si trattasse dell'unica possibilità di fare pipì. La maschera CPAP, misura M, mi stava bene all'inizio, premeva il giusto, e coprendomi l'intera faccia, aderente, insisteva a farmi respirare per bene l'ossigeno, ma mai avrei pensato di doverla tenere per tutte quelle ore! Gli infermieri avevano parlato di alcune pause che avrei fatto dall'indossare questa maschera, ma erano stati vaghi per non farmelo pesare fin da subito. Per tutta la notte ho tenuto la maschera CPAP, e spesso mi veniva fatto un prelievo arterioso chiamato "emogas"; la desiderata pausa è arrivata solamente la mattina dopo, quando frastornata da un'altra notte senza dormire, piena di cose nuove e fastidiose, sono riuscita a bere un tè caldo e a mangiare qualche biscotto bianchissimo, zuccherato, "uccidi glicemia", come i wafer del pomeriggio prima, che però in quel caso erano ben accetti e non avrei mai potuto rifiutarli. Il ricovero era iniziato attorno alle 19 del 25 settembre, e già in quella mattina del 26 settembre si capiva che sarebbe stato ancora lungo e tortuoso, e che dovessi tenere duro.
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Non avendo idea di cosa mi stesse davvero succedendo, mi riposo un altro giorno. Domenica 15 settembre, però, comincio a non sopportare più quel tipo strano di malanni, la febbre era già arrivata a 39.6 °C, troppo, così nel pomeriggio decido di chiamare la guardia medica attiva nel fine settimana, per orientarmi e capire cosa diavolo stessi avendo. Dopo aver spiegato accuratamente la mia situazione, la dottoressa di turno mi consiglia caldamente di passare da lei per una visita, non ci penso a lungo, i miei genitori mi ci portano in macchina, entriamo. Anche nel corto vialetto da percorrere per arrivare allo studio medico mi tremano le gambe, mi gira la testa, mi sento debole. La dottoressa mi misura la saturazione, risulta 93, è molto bassa, poi valuta negativamente la mia respirazione e mi diagnostica un "inizio di bronchite che non deve diventare polmonite", così mi prescrive un antibiotico da prendere per una settimana, e poi il cortisone, i fermenti lattici, il paracetamolo per non fare andare la febbre sopra i 38 °C, e i fumenti. Seguo tutto alla lettera giorno per giorno, ma ai sintomi, in poco, si era aggiunta anche una tosse molesta, che mi faceva tirare fuori ogni giorno, e ogni notte, un'enorme quantità di catarro: mai avrei creduto possibile qualcosa del genere. Il risultato è che mi sento sempre più debole, mi viene l'affanno ogni volta che ho una crisi di tosse, di notte dormo malissimo, solo da seduta, con parecchie pause per tossire: è proprio la notte a diventare l'incubo più grande, sto meno peggio di giorno. Sabato 21 settembre dico basta, chiamo nuovamente la guardia medica, mi reco accompagnata da mia mamma, una nuova dottoressa di turno mi visita, mi consiglia di presentarmi in pronto soccorso per una lastra, visto che la saturazione continuava a essere 93, la respirazione risultava molto compromessa, e l'antibiotico non stava funzionando. I miei genitori mi portano in pronto soccorso, e dopo sette ore di permanenza tra prelievi, visite, e soprattutto attesa, vengo rimandata a casa con una diagnosi di polmonite, localizzata principalmente a destra, e un nuovo antibiotico, stavolta non per bocca ma intramuscolare. Coi miei genitori cerchiamo di contattare subito un'amica che sa fare le iniezioni di questo nuovo antibiotico, e comincio subito a farmelo somministrare da lei. Si chiama Rosa, abita nella scala affianco, di mattina mi fa una bella punturina dolorosa nella chiappa sinistra, di sera in quella destra, ogni volta cerco di massaggiare la parte per non renderla più dolorante di quanto non fosse già dopo ogni puntura. Passano 4 giorni, ma nemmeno dopo 8 punture sto meglio, Rosa di volta in volta continua a chiedermi se va meglio, ma io continuo a rispondere che purtroppo va sempre peggio. Continuavo a tossire e buttare fuori tantissima roba di giorno e di notte, non dormivo niente, e i muscoli attorno alla cassa toracica cominciavano a essere distrutti, soprattutto nella parte destra. Il culmine arriva nella notte del 24 settembre, in cui mi viene un forte dolore sotto alla parte sinistra del seno, è del tutto nuovo, visto che la parte sinistra, fino a lì, era stata, tra le due, quella un po' meno devastata dell'intera faccenda. In quel punto, a sinistra, sembrava un dolore pre-mortem, lo giuro, sembrava come se mi stesse scoppiando il cuore. Allora la mattina dopo, il 25 settembre, mi reco dalla mia dottoressa di base disperata, mi visita e mi compila una ricetta per farmi ricoverare direttamente in ospedale. Torno a casa, mi faccio un bagno caldo, mi sistemo, mangio molto poco visto che sto veramente male, e poi i miei genitori mi portano per la seconda volta in pronto soccorso, ma questa volta con l'intento di lasciarmi lì.
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Fin da piccolissima pratico con costanza tanti sport, e spesso, vivo dei periodi in cui mi sento nel massimo della forma. L'inizio di settembre ha rappresentato uno di quei periodi, mi sentivo benissimo, ma di lì a poco avrei dovuto affrontare una delle esperienze più brutte della mia vita. L'11 settembre sono andata al PoliMi per l'ultimo esame, sui mezzi pubblici e nell'aula dell'esame c'era tanta gente come al solito; inoltre l'aria condizionata era accesa, visto che faceva ancora caldo. Non indossavo più la mascherina FFP2 da maggio, tutti gli altri da molto prima: non ce l'avevo nemmeno quel giorno, nessuno ce l'aveva. Il giorno prima e il giorno dopo dell'esame mi ero allenata; attorno a un esame, è ancor più fondamentale per me fare sport, per mantenere un equilibrio perfetto tra calma mentale e rilassamento fisico. Ma la mattina del 13 settembre comincio a sentire dei dolori nella parte centrale, destra, della schiena; penso sia solo un po' di tensione a livello muscolare, e che riposando e sciogliendo la parte si possa risolvere facilmente. Nello stesso giorno, di pomeriggio, faccio la visita medico sportiva agonistica, che mi avrebbe permesso di iniziare a nuotare, nella squadra master di nuoto, da lunedì 16 settembre in poi. Appena uscita dalla visita, superata comunque brillantemente, nonostante lo storico gradone cattivissimo da salire e scendere a ritmo sostenuto tantissime volte, sento uno strano dolore nella zona dello sterno, mi dico che sarà la stanchezza, tuttavia comincio a interrogarmi per capire se prima d'ora, avessi mai avuto un dolore simile: non l'avevo mai avuto. Allora torno a casa a piedi, mi risistemo, e poi raggiungo Mario tramite un autobus. Una volta arrivata da lui sento ancora gli stessi dolori, gli dico semmai di camminare più lentamente per quella volta, e poi di sederci un po' al sole. Non essendo troppo forti non do molta importanza a quei dolori, io e Mario stiamo insieme praticamente come sempre, e infine torno a casa. Ma il giorno dopo, il 14 settembre, mi sveglio e i dolori erano diventati fortissimi, si concentravano soprattutto come ho già detto, nella parte centrale, destra, della schiena. Trovandomi a casa da sola – perché i miei genitori sarebbero rientrati in serata dopo un lungo periodo al mare –, e stando molto male, mi sento di chiamare Mario per farmi fare dei massaggi sulla schiena, ma niente migliora. Allora misuro la febbre, ho 38.9 ºC; me la sentivo leggermente anche dalla sera prima ma non l'avevo ancora misurata: la situazione era già peggiorata.
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Al mare, d'estate si trova di tutto, ma mai avrei pensato di ritrovarmi in questa situazione imbarazzante. Per fare il bagno in questo posto è consigliabile recarsi al piccolo molo con la scaletta, scendere dagli scogli è più scomodo. Allora faccio il bagno qualche volta, lasciando le ciabatte sul molo, tuffandomi dallo stesso, risalendo dalla scaletta e recuperando le ciabatte prima di andare a rimettermi a leggere e a prendere il sole. Tuttavia dopo l'ennesimo bagno, non ritrovo più le mie ciabatte sul molo, mi viene da ridere perché se le hanno rubate non valevano davvero niente, erano vecchie, ma subito dopo, guardandomi intorno, vedo che le ha prese un bambino, per saltare da uno scoglio all'altro, con una destrezza per me irraggiungibile. Gli urlo di ridarmi le ciabatte, ma non mi sente, allora arriva la madre, che me le ridà e mi dice: «è autistico, non riesco a trattenerlo scusami, gli piace prendere le ciabatte degli altri per provarle sugli scogli», e io rispondo: «tranquilla non è niente». Ho più potuto fare un bagno senza che il bambino rubaciabatte me le prendesse? No.
Al mare, d'estate si trova di tutto, compresi cagnolini più o meno giovani che si buttano nelle attività più disparate. A partire dal bagnetto alla "bau beach", fino ad arrivare al SUP a noleggio col padrone, non si fanno mancare niente. Però non avevo mai trovato un bassottino marrone così costante prima d'ora. Ogni mattina il padrone lo porta sugli scogli, e precisamente vicino a una parte interrata che fa rimanere imprigionata l'acqua, acqua che in base alle onde periodicamente si rinnova. Al bassottino piace così tanto questo piccolo bacino d'acqua da starci immerso ogni mattina, e non per poco! Per ore questo cagnolino rimane a zampettare nell'acqua, e scodinzola, e scodinzola ancora, guardando i riflessi del sole disperdersi nell'acqua. I riflessi lo fanno impazzire di gioia, lui cammina in tondo e continua a scodinzolare come un matto all'inseguimento dei riflessi di luce. La verità è che tutti lo stanno a guardare, perché fa tenerezza e mette un po' di timore: non si guasterà la vista a breve?
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Spesso, quando vado a correre, trovo carrelli dell'Esselunga abbandonati ovunque, anche molto distanti dal supermercato in questione. È diventato un gioco avvistarli, avvicinarmici ancora correndo, e riportarli a posto – ovviamente spingendoli correndo –, oppure no. La scelta di riportarli a posto, come intuirete, deriva da qualcosa di scontato: se posso intascarmi la moneta che contengono lo faccio, altrimenti no. Dopo aver trovato un carrello, già da lontano cerco di capire se contiene una moneta, o un gettone di plastica, o proprio un bel niente; quest'ultima possibilità non mi era mai sembrata valida... e invece! Allora un giorno trovo un carrello davanti a una delle varie scale di un palazzo, in quel momento esce un vecchio, che senza nemmeno perdere un attimo, vedendomi vicino al carrello, mi dice: «Signorina, non si lasciano i carrelli in giro!», allora io rispondo: «In verità io di solito mi metto a riportarli tutti a posto, ma caro signore, questo non ha nemmeno la classica moneta dentro, lo riporti pure lei, insisto!».
Spesso, quando vado a correre, incrocio questo signore timido e silenzioso, ma dal viso simpatico, coi suoi due Pechinesi legati allo stesso guinzaglio, uno marroncino, e uno grigio. Mi fanno sempre sorridere perché quello grigio, visibilmente più vecchio, si fa sempre trascinare, trainare, da quello marroncino. Però un giorno, percorrendo gli ultimi metri della mia corsa, mi sono imbattuta in un evento inaspettato: i cagnolini sembravano essersi moltiplicati, da una parte c'era il solito signore coi suoi due Pechinesi, e da un'altra parte, ben distante dalla prima, c'era una signora con altri due Pechinesi sempre legati in coppia allo stesso guinzaglio. Avevo già visto quella signora altre volte, pensando portasse a spasso gli stessi cagnolini del signore... Insomma, o ci stavo vedendo doppio, o non ci avevo ancora capito niente fino a lì! La seconda, perché poi chiedendo al signore spiegazioni, mi ha detto che quella signora è sua figlia, che anche lei ha due Pechinesi e li porta a passeggio in quella stessa zona, legati allo stesso guinzaglio, in coppia.
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Un proverbio tedesco dice, "La terza volta è quella buona", e noi siamo arrivati alla terza stagione di "Le Mille e una Novella"... si tratta di una buona novella! Ho tanto da raccontare, è sempre più grande questa mia necessità di immortalare il mio destino tramite le parole. E devo ammettere che questo destino è spesso crudele, ultimamente mi ha portato tante sfortune, un dito fratturato per surfare, una polmonite bilaterale giusto perché stavo di nuovo benissimo, ero felice, e non era possibile... Voglio nuotare, correre e vivere ancora pienamente, si può? Sì, lo chiedo a te, destino insolente, vuoi smettere di infierire? Già la vita è difficile, soprattutto se scegli sempre di dare tutto, di superarti in ogni occasione, di donarti e di non risparmiarti mai con le persone. Ti ci metti pure tu, con questi sgambetti, con questi schiaffi gratuiti?
La terza volta è quella buona, lo sento. Questo podcast stavolta riceverà una stagione più evoluta e consapevole, più bella, banalmente. E se anche Briciola, la mia cagnolina, è venuta a mancare qualche mese fa, e mi manca da morire, tutti coloro che dall'alto, dal basso, da lontano o da vicino, ascolteranno le mie storie, mi riempiranno il cuore di entusiasmo. Un giorno "Le Mille e una Novella" conoscerà più persone e luoghi, deve ancora crescere, esplorare la sua individualità, innalzare la sua anima lavorando sulla sua interiorità. Sembra avere buoni progetti, puri intenti, e quindi non restano molti altri dettagli. Le puntate di questa terza stagione verranno create come sempre di volta in volta, seguendo il flusso degli eventi e riesumando sul momento preziosi ricordi, e verranno pubblicate ogni venerdì alle ore 19:00, fino al 20 dicembre 2024. A presto, un abbraccio.
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È tornata, proprio in tempo per il finale: in realtà non se n'era mai andata. Come faccio a perdonarla ogni volta non lo sa più nessuno, nemmeno lei. Si vergogna per avermi succhiato il sangue, si vergogna di tutto. Non ho ancora scoperto se sa andare in bicicletta, di sicuro non sa sciare, invece io tra poco riandrò a sciare. Di chi sto parlando? C'è scritto nel titolo. So che non si capisce niente lo stesso, l'ascoltatore deve perdonarmi, sono un po' su di giri, è tornata, lei è tornata. Ardnassela, (h)ard nas se la. No, il suo nome al contrario non vuol dire molto, un NAS di hard disk se la... svigna! Sto dando i numeri, anzi i byte. La aspettavo, da tanto, non arrivava mai, non la volevo mai, e poi mi è passata affianco e ho capito che è tornata. Ieri sera ho rivisto il film che le avevo regalato per ultimo, quello con la A; sul biglietto le avevo scritto mi manchi. Mi manchi. Quando le cose smettono ci mancano, ma quando fanno male non le vorremmo mai più. La curiosità adesso è immensa, la riabbraccerò davvero? Sì.
Non ha molto senso parlare ancora, ho finito, ho finito per stavolta. Lascerei parlare il cuore, il cuore non parla. Cioè il cuore batte, forte, e quando penso a lei ancora più forte. Spero non mi vada più contro, ma piuttosto mi aiuti. Mi aiuti a continuare questo falò interno meraviglioso, in cui le persone si aiutano. Senza l'aiuto il cuore resta gelido, senza falò, senza persone. Le persone aiutano le persone. Sì, direi che questa canzone bellissima chiuderà questa stagione. Alla prossima stagione.
[In coda "People Help the People" di Birdy]
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Ci sono quelle spese al supermercato piene di roba, bisogna sempre mangiare del resto. Sono moglie e marito, faranno presto; una figlia e una cagnetta, cioè una seconda figlia, sono a casa ad aspettare. La cagnetta piagnucola: sa che i padroni presto dovranno tornare con la pappa. Un po' di coccole alla cagnetta, un po' di letture per la figlia, e poi tornano i padroni, la cagnetta è contenta, ma anche la figlia, c'è il pollo arrosto per stasera, e per la settimana il pesce, il formaggio, la verdura fresca, la frutta nuova. Mamma e figlia mettono tutto nel frigorifero, ora è bello pieno di roba. La mamma però non trova più uno sgombro dei tre, cioè una confezione di sgombri delle tre acquistate sembra mancare all'appello.
Moglie e marito allora tornano alla macchina per vedere se qualche sgombro è rimasto lì, ma niente, allora tornano al supermercato, andando alla cassa che avevano usato, per chiedere se qualcuno per caso avesse trovato degli sgombri solitari, smarriti, ma niente. Allora la cassiera dice "la signora è affamata, le manca uno sgombro fresco... vada a prendere uno sgombro freschissimo signora, cioè la confezione che ha perso, e ritorni qui". Allora la moglie va al banco del pesce e prende uno sgombro, ripassa dalla cassiera, ringrazia, e col marito ritorna a casa. A casa scopre di aver preso una confezione di aringhe questa seconda volta, nella fretta si è pure confusa... Ma la storia non finisce qui, nel mettere le nuove arrivate nel frigorifero scopre che gli sgombri non avevano sgombrato misteriosamente, bensì erano rimasti tra due confezioni di carne, e nel dividere carne e pesce non si era accorta fossero finiti lì! A cena la storia viene raccontata alla figlia, e così il marito, la moglie, la figlia, e la cagnetta ridono, degli sgombri che sgombrano o anzi no, che si trasformano in aringhe. E tutti vissero felici e contenti, con una confezione di aringhe in più, che il marito tutto felice l'indomani prepara insieme alle seppie, da pulire dal loro nero. Le seppie pulite, insieme alle aringhe, infine compongono una frittura di pesce spettacolare. La figlia racconta la storia, è regolare.
[Una storia vera]
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Stai correndo, su una strada stupidissima. Così stupida da averla nominata via "ammazzatoria". Praticamente ha due sensi di marcia divisi da uno spartitraffico inutile, e parallelamente a ogni senso di marcia c'è il parcheggio per le macchine, che una in fila all'altra creano un pericolo immenso per le biciclette: basta che qualcuno apra una portiera a destra perché il malcapitato ciclista cada malissimo e non si rialzi più, ci lasci le penne. Sì, anche se è difficile crederci attaccata alla lunga fila di macchine parcheggiate, sulla destra, c'è una pericolosissima pista ciclabile, nemmeno rialzata rispetto alla strada, e affianco a questa pista ciclabile il marciapiede (rialzato). Basterebbe semplicemente invertire la pista ciclabile col marciapiede: facendo andare le biciclette sul marciapiede, sarebbe tutto più sicuro, i pedoni affianco alle macchine parcheggiate non rischierebbero di morire per una portiera aperta nel momento sbagliato, magari da un bambino. Senza suscitar stupore, la maggioranza dei ciclisti che transitano in quella via utilizza il marciapiede: al diavolo, hanno ragione. San Donato Milanese è piena di orrori stradali, ci sono piste ciclabili – che non possono nemmeno essere chiamate così perché sono una linea gialla tracciata per terra a un metro dal marciapiede –, che quando arriva l'autobus diventano fermate. A quel punto il ciclista di passaggio, o decide di sparire, volatilizzandosi, ed ecco a cosa serve il metaverso, oppure deve semplicemente morire perché l'autobus deve fare la fermata. Certo l'autobus può aspettare che proceda, ma che modo è questo? Che ignoranti abbiamo lasciato a gestire questo mondo!
Venendo al dunque, una domenica mentre sto correndo sul marciapiede della via "ammazzatoria", capisco di voler attraversare sulle strisce pedonali che stanno per arrivare. Già ho in mente che la macchina che arriverà sulla strada non mi vedrà bene, a causa della fitta fila di macchine parcheggiate. Scorgo proprio una macchina, decido di fare una cosa apposta, un test: appena arrivo alle strisce pedonali fingo di buttarmi, per poi arrestarmi subito. L'autista si ferma, allora procedo a correre, ma pensate un po', dopo aver attraversato mi suona, anche?! Già per miracolo hai frenato, andavi sparato, oltre il limite di velocità, hai anche da dire? È un vecchio signorone con l'Audi, la moglie affianco, ovvio, abbassa il finestrino e mi dice che "non si corre..." e io gli rispondo "è vero, non si corre di domenica, di domenica si magna e basta!". I signori che stanno passeggiando lì intorno se la ridono, la prossima volta quell'idiota, per evitare di farsela addosso per la sensazione di stare uccidendo una ragazza di quarant'anni più giovane, andrà più piano? Test fallito. State attenti, devono andare a mangiare. La domenica si mangia e basta.
[La vera storia di via Antonio Gramsci a San Donato Milanese]
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Giorgio Seganos è un uomo, se si può dir così, e questa è la sua storia. Il sabato e la domenica si alza dal letto alle 12 minimo, ma non perché sia un discotecaro, bensì un pigro, uno sfaticato. Ha più di trent'anni, nessun hobby e uno stipendio, ma nessuna voglia di lasciare la casa della mammina e del papino. Non si sa se più per il fatto che non ha nessuna presunta spasimante, o perché non sa nemmeno allacciarsi le scarpe. Più la seconda delle due, ma state tranquilli, usa dei mocassini senza lacci. I genitori non lo lasciano mai da solo, altrimenti può farsi la popò addosso, ha anche paura della luce. Sì della luce, non del buio, per questo esce davvero poco, e la sua camera rimane per la maggior parte del tempo tappata, con le tapparelle completamente abbassate. Di cognome fa Seganos non per nulla, la sua attività più audace è quella, quella che pensate. Ma una leggenda narra che non sia incredibile neanche in quella, però è un vero porcone.
Il narratore non esagera, non è nel suo interesse, è il singolare protagonista ad adattarsi al semplice raccontare. Ogni cosa che fa è così stupida da suscitare pena, sconforto. O quasi... Ce n'è una che invece fa proprio ribrezzo. Il narratore non esagera, è che semplicemente dopo una breve ricerca ha scovato che Giorgio Seganos, nella sua finta innocenza di bambino cresciuto, è un pervertito trafficante di cose. Non posso dire di quali cose dai, intendo quelle cose che ci sono nella congiunzione delle gambe delle donne. Sì, le chiameremo cose. Le cose creano delle allucinazioni nella testa porconica di Giorgio, e Giorgio si perde, non capisce più niente, non capisce quanto è schifoso quello che pensa, quello che fa. Colleziona donne nell'immaginazione, tramite le immagini delle loro parti "migliori", svestite, che possono essere il rotondo retro, il doppiamente rotondo davanti, il sopra, il sotto... e poi le sfoglia e ha le sue allucinazioni. Non c'è più da chiedersi perché non è pieno di spasimanti, il suo approccio è deviato dal suo cervello marcio, è deviato dall'immagine distorta che si è creato delle donne. È un porcone, un insulto all'universo femminile, all'universo in generale. Giorgio Seganos è un uomo, se si può dir così, e questa è la sua storia.
[Tratto da una storia vera]
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Molte volte uscendo dal capolinea della metropolitana perdo la coincidenza, ed essendo che l'autobus è appena andato via, mi metto a camminare fino al liceo di Via Martiri di Cefalonia, per poi salire sull'autobus successivo e andare a casa. E non lo faccio perché mi piaccia particolarmente quel luogo, ma dritto per dritto si arriva precisamente in quel punto prima dell'arrivo dell'autobus successivo. È poco più di un quarto d'ora di camminata, che quando fa freddo serve anche per non congelare stando fermi impalati in fermata. Fare questo però ha senso solo quando non si è in orari inavvicinabili, come tra le 13 e le 14, perché a quell'ora continuano a uscire gli studenti, che riempiono fino a scoppiare i mezzi pubblici. Martedì mattina, al ritorno, ho fatto il grave errore di pensare che a metà dell'ora critica non ci sarebbero stati problemi, ma non è andata così; entro nell'autobus per miracolo, spingendo un pochino, tra l'altro la camminata mi ha abbastanza accaldata: sembra far freddo ma invece ti sei coperto troppo perché in realtà non fa freddo, è questo il nuovo mondo.
Sei schiacciata tra i ragazzini, ma non è nulla, si sopporta, non avresti aspettato l'autobus successivo, soprattutto dopo che avevi perso anche quello precedente a questo, ti eri fatta tutta la camminata di un chilometro e mezzo e via dicendo. Tuttavia, a un certo punto, ti senti tirare da dietro, ti senti bloccata con la testa, sei entrata per ultima e sei sulla porta, fai un pensiero poco entusiasmante ma che purtroppo si rivela corretto: hai i capelli, cioè la coda, incastrati tra le porte dell'autobus. Allora cerchi di mantenere la calma, e di aspettare la fermata successiva, non è così lontana, ma quel minuto diventa interminabile, la sensazione è bruttissima, un autobus in movimento ti sta tirando i capelli, ed è pure pieno zeppo, senti una goccia di sudore scendere sulla schiena, lungo la spina dorsale. Finalmente l'autobus si ferma, si aprono le porte, scopri che non è successo niente ai tuoi capelli, perché per fortuna le porte hanno una chiusura gommata, gentile, ricominci a respirare, ma non vedi l'ora di arrivare a casa, ormai ti reggi anche a fatica col peso di 7 ragazzini che ovviamente ti si appoggiano tutti addosso. Non credi a cosa ti è successo, ma stai bene. Racconterai questa storia e non crederanno alle tue parole.
[Racconto autobiografico della giornata del 24/10/2023]
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Che lo si dica in British English priv-a-see, o in americano, pry-va-see, la privacy è una questione chiara. Se procuri a un qualsiasi personaggio un mio documento privato, che non lo riguarda neanche lontanamente, sei fuori dai giochi. Ma non sono giochi né capricci le faccende del Garante, non si va semplicemente indietro di qualche casellina come con le ochette del famoso gioco, e nemmeno in punizione dietro alla lavagna: si paga una multa severa, salata, almeno quanto la pietanza di quando ti si apre il tappo della saliera esattamente nel piatto. Una cascata, una scivolata che imita una valanga. Non è più possibile riavvolgere il filo e sistemare... c'è un'unica cosa da fare, bisogna pagare. E soprattutto nel caso di una violazione della privacy sanitaria, dove i dati sono più sensibili, e ancor di più se si tratta di una violazione della privacy sanitaria che ingloba dati della sfera psicologica. Lo dice ogni psicologo, ogni psichiatra che si rispetti: a ogni appuntamento, a ogni colloquio, le cose che verranno fuori qui, per il segreto professionale rimarranno solamente qui.
Magari i miei dati fossero rimasti protetti come mi era sempre stato detto, non è andata affatto così. Ma prima o poi il Garante prende per il collo i malfattori, li ferma al muro tenendoli sollevati, a un'altezza rischiosa, e un bel giorno li fa cadere nel salasso che meritano. Le vittime di una violazione della privacy sanitaria si sentono vulnerabili, come nude a Natale nel mercatino di Bolzano, dove è impossibile aspettarsi che passino inosservati, che i loro dati possano fuggire a rivestirsi insieme a loro, e hanno freddo, un freddo assassino, che congela il cuore, la fiducia, il cervello, la dignità. Le vittime di violazione della privacy devono aspettare con pazienza ma sanno che il loro simbolico risarcimento arriverà. Ci sarà per loro quel giorno, magari sempre di Natale, magari del 2025, in cui mostreranno con gioia un regalo inatteso che chi li ha offesi tempo prima ha finalmente dovuto ordinargli. Mi vedo nel futuro con 10 o 20 o 30mila euro in tasca, anzi 30mila meno 4000. Il Vision Pro potrà essere uno sfizio raggiungibile, una simbolica coccola a nascondere le sofferenze tempo addietro subite ma ormai dimenticate. Sopportare un mondo di vermi è difficile, te ne hanno dette di ogni, anche che sei così ritardata che dovresti essere rinchiusa in un centro psichiatrico per la vita. Ma tu sai che la tua vita è speciale, e in essa non si paleserà solo un visore, ma molte cose, un compagno di vita reale, leale davvero. La privacy è reale, leale, ma per me diventerà persino speciale. Ogni sogno è accompagnato da molte fortune.
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C'era una volta una professoressa di Scienze. Già dal primo anno di liceo si innamora di una ragazza che ha in classe, sia per l'intelligenza della ragazza sia per altri dettagli che racconteremo proprio adesso. La ragazza si accorge troppo spesso dei suoi sguardi, delle attenzioni particolari che ha per lei. Un giorno, dopo la spiegazione dei gruppi sanguigni, la professoressa chiede a qualche studente se sa il proprio, e ovviamente pone la domanda anche alla ragazza, per scoprire che possiede il gruppo 0 Rh negativo. La professoressa, dando tanta importanza alla genetica, rimane incantata dalla risposta, e da quel giorno la ragazza capisce sempre più che gli occhi della professoressa fossero interessati a lei non solo perché la trovasse molto intelligente, ma perché, oltre al suo fisico atletico, le piacesse anche il suo sangue "raro e pregiato". Allora la ragazza si ricorda anche di una lezione antecedente, riguardante la pelle, la melanina, in cui la professoressa aveva detto esplicitamente davanti a tutta la classe che la ragazza avesse una carnagione chiarissima, alludendo al fatto che sostanzialmente gliela invidiasse, avendo una carnagione molto scura lei. Presumibilmente la ragazza è un fototipo 2 o al massimo 3, aveva ragione. Ma collegando le due immagini la ragazza sentiva sempre più semplice associare il comportamento della professoressa a quello di una vampira, che la osservava spesso, mirando alla sua pelle chiara e giovane, e al suo sangue.
La mia vampira è quella professoressa di Scienze, e non mi stupisco più di come mai spesso io abbia avuto bisogno di prendere un integratore di ferro, proprio quando c'era lei a morsicarmi le braccia, le gambe, e il collo con gli occhi. Sento quelle ferite addosso. Di recente ha anche provato a imprigionarmi perché fossi in un posto facile da raggiungere quando durante la notte si trasforma in una vampira assetata, ma non ce l'ha fatta, e ora sta impazzendo ed è scontenta. Ma i suoi sguardi assetatissimi sulle mie braccia, sulle mie gambe, sul mio collo, anche solo tramite il pensiero, rimangono ogni giorno profondi, indelebili. La mia vampira è una professoressa di Scienze di quarant'anni più grande di me, che ha voluto succhiarmi l'anima, ma quell'anima adesso l'avvelena. Il sangue buono delle persone buone, in quelle cattive diventa cattivo, e come veleno uccide.
[Tratto da una storia vera]
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Due settimane fa mi trovavo come al solito in una di quelle giornate fittissime, senza prendere fiato stavo facendo questo, quello, e quell'altro, tutto di corsa per poi prendere l'autobus. Avevo anche un video in upload su iCloud, cercavo di spingere la barra di caricamento sul display con gli occhi. Miracolosamente in tempo, scendo in fermata, corro, prendo l'autobus. Mi riposo, pensando a come sarà rivedere Mario, è sabato, pranzeremo insieme e poi faremo un giro. Tutt'a un tratto succede l'imprevisto, si sente un botto, enorme, repentino, fa spaventare molto me e tutti i passeggeri. Ma nell'autobus non si scorgeva nessuna modifica, nessuna pistola,... Il tempo di pensare un attimo e mi sento di rispondere con sicurezza alle domande dei passeggeri ancora dubbiosi: "cosa è successo?", "è scoppiata una gomma dell'autobus".
Così sono costretta a prendere un passaggio da mio padre, che per fortuna stava già per passare di là con la macchina. Di sabato gli autobus passano ogni 40 minuti nel mio paese, troppo, soprattutto per quanto fremevo dalla voglia di rivedere Mario, di mangiare la pizza insieme, di ridere. L'autobus si sa ha i suo pro e i suoi contro, come ogni cosa. Un pro importantissimo è quanto si presta alla lettura, per me anche dalle 6:57 di mattina, come l'altro ieri, che infatti mi sono seduta e sono partita, sia letteralmente sia a leggere Don Chisciotte della Mancia. Un altro pro è la tranquillità di farsi portare con l'autobus negli orari non di punta. Sempre l'altro ieri, poco dopo le 12, al ritorno, non stavo leggendo ma bensì ascoltando uno dei miei podcast tech settimanali americani fissi, fingendo di ammirare, a destra e a sinistra, il paesaggio già largamente conosciuto. Ad un certo punto vedo qualcosa di incredibile e comincio a ridere nel silenzio dell'autobus per 10 minuti buoni. La collega G., con un atteggiamento abbastanza sconsolato, stava imboccando viale De Gasperi in bicicletta. Non l'avevo mai vista in bicicletta, ma sempre in macchina; ripensandoci in effetti la sua macchina da tempo era scomparsa dal parcheggio della scuola. Ho rivoluzionato i miei assassini, i loro complici, e tutti quelli che hanno osato anche solo sfiorarmi. La collega G. un giorno rise di me con la mia assassina, me ne accorsi, ma non so perché lo fece: non mi sembra strano avere un cuore. Quel che conta è che adesso rido io. E il detto si sa bene, non devo starlo a ripetere.
[Fatti realmente accaduti]
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La mamma mi sta preparando, già, di domenica funziona così, bisogna andar di qua, di là, da questi e da quelli... si capisce che è una stupidata ma cerchiamo di fingere una qualche partecipazione; sono ancora piccola. Siamo diretti come al solito in un posto pieno di persone, di bambini come me ma che non capisco: se piangi, almeno fallo per una ragione interessante, altrimenti le tue lacrime perderanno valore, ci diranno ancora una volta che la nostra nuova generazione è un fallimento, e così via. Sia chiaro alcuni bambini invece mi piacciono tanto, però per esempio una volta passai una strana mattinata con Elena, continuo a trovarla molto in gamba, ma quel giorno ci trovavamo all'asilo, con due peluche identici, o meglio, per aspetto identici, ma per noi due diversissimi e con due accuditrici diverse, Elena e io, qualcosa da non sottovalutare. Si può capire che ad un certo punto ce li siamo scambiati e stava partendo una lotta greco-romana perché ognuna fosse certa di tornare a casa con il proprio. Secondo me avevo ragione io, secondo lei aveva ragione lei, insomma tutte e due rivendicavamo il possesso dello stesso peluche. Non so come finì, in sostanza ricademmo tra i bambini che dicevo di non capire poco fa.
Ma insomma, stavamo andando a questa sorta di festa, una di quelle cose colorate in cui si mangia troppo, quando per tutta la settimana la mamma ti ha continuato a dire che non va bene mangiare questo e quest'altro. Bah, se potessi esprimerlo direi che per me sono strani questi genitori. E allora dopo aver mangiato pizzette, olive, arachidi, biscotti, pasticcini, torte, e chi più ne ha più ne metta, il silenzio. Ormai avevo capito c'entrasse mio padre, perché si era messo a parlare con altri uomini molto simili a lui, in forma, coi polpacci definiti, molto abbronzati in faccia... Ma nessuno poteva sapere che spesso aveva portato a casa le sue coppe vinte in alcune gare amatoriali di ciclismo, e che il gioco consisteva nel darmele, fare qualche foto fingendo fossi io ad averle vinte, eccetera. Il silenzio fu seguito da un signore anziano che iniziò a parlare al microfono, tutti lo guardavano, io guardavo tutti. Poi al piccolo palco si avvicinò un signore, uno di quelli simili a mio padre, con le gambe da ciclista: non ci ho messo molto a capire che una volta che il signore anziano avrebbe smesso di parlare, avrebbe fatto arrivare la sua medaglia, il riconoscimento per l'anno sportivo. Nemmeno il tempo di prevederlo che mi metto ad applaudirlo, da sola, con tutta la forza che ho. Tutti si voltano verso di me stupefatti, increduli potessi aver intuito tutto senza suggerimenti e prima del tempo a quell'età.
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Servirebbe una seconda introduzione di riflessione, giusto per accertarsi di sapere cosa vogliamo fare. Ricominciare non è mai facile. È come rituffarsi nell’acqua e ricordarsi che si galleggia, e poi provare ad avanzare, con l’attrito dell’acqua che si oppone. Ma alla fine è semplice, basta iniziare e poi si scivola: se si parte e si pazienta si arriva dovunque. Non si deve pretendere di chiedere continuamente dove stiamo andando, non stiamo andando da nessuna parte. Il cuore ci salva da un’esistenza fredda e senza meta. Però dobbiamo avere cuore, se non abbiamo cuore ci sembrerà inutile il dolore, senza senso l’aspettare. È giusto non sapere la destinazione ma il viaggio deve avere l’ambizione di arrivarci, alla destinazione, perché per capirci qualcosa dobbiamo sperare ci siano cose grandi, lì avanti; ma grandi davvero, sempre più grandi di quello che può essere grande, sempre più belle di quello che può essere bello.
Se non mi sono spiegata bene, vi siete persi, e tutto questo non c’azzecca niente, bene; volevo farci smarrire per poi farci ritrovare il percorso, e se non troviamo il percorso sarà il percorso a trovare noi! Quante volte si dice “non avrei mai immaginato sarebbe andata così”, in positivo o in negativo cambia poco. Non scegliamo del tutto noi, non credete? È probabile non lo crediate, ma forse sarebbe presuntuoso ammettere di avere pieno controllo. Una vita non ha controllo da quando nasce a quando muore, e se ce l’avesse non morirebbe. E la chiamiamo vita ma potremmo chiamarla in qualsiasi altro modo, di fatto non sappiamo veramente cos’è. Un flusso inarrestabile, come questo in cui siamo finiti anche io e te, e chiunque abbia ascoltato. Ci sentiamo presto, altre storie racconteranno la vita, o questa cosa che chiamiamo vita e non sappiamo perché. Grazie.
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