Afleveringen
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Bolzano, 1992. Marco Bergamo confessa tre omicidi, ma gli inquirenti sospettano che possa esserci sempre lui dietro all'uccisione di altre due donne morte in maniera analoga a quella delle vittime del "mostro di Bolzano". E se il serial killer fosse responsabile anche di altri delitti rimasti irrisolti?
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Nell’agosto del 1992 alcuni agenti di polizia di Bolzano arrestano un uomo per il delitto di Marika Zorzi, una giovane ragazza di 19 anni. Si chiama Marco Bergamo e sembra all’apparenza un personaggio anonimo, comune. Quello che gli agenti non sanno ancora, però, è che quell’individuo così ordinario si è lasciato alle spalle, a partire dal 1985, una lunga scia di delitti.
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Zijn er afleveringen die ontbreken?
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Gli inquirenti riescono a ricostruire i delitti commessi da Bergamo negli ultimi anni, tra cui il delitto di Renate Rauch, commesso soltanto pochi mesi prima, e quello di Marcella Casagrande, un delitto insoluto del 1985 che viene considerato il primo commesso dal serial killer. Ma se Bergamo avesse ucciso anche Anna Maria Cipolletti e Renate Troger, si chiedono a quel punto gli investigatori?
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Marco Bergamo viene considerato pienamente capace di intendere e di volere e finisce quindi a processo per i cinque delitti di cui è accusato. Bolzano vive con il fiato sospeso le udienze che si susseguono una dopo l’altra trasformando il processo in una vera e propria guerra di perizie il cui esito rimarrà incerto fino alla sentenza finale.
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Questa è la storia di un serial killer gelido e spietato che ha seminato il terrore a Bolzano e dintorni tra gli anni ‘80 e ‘90. Un assassino che negli anni ha ucciso cinque donne, ma i cui delitti potrebbero essere molti di più. Questa è la storia di Marco Bergamo, conosciuto come "il mostro di Bolzano".
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Il 22 febbraio 2000, Francesca Moretti viene avvelenata con del cianuro. Quando le indagini della "pista rom" non portano da nessuna parte, l'attenzione si concentra sulla sua coinquilina Daniela. Era stata proprio lei, infatti, a prepararle l'ultima minestrina. Poi, nel suo paese natale in Sicilia, era stato ritrovato un bidone di latta ormai vuoto, ma con la scritta "Cianuro di sodio". Un indizio? O solo uno scherzo del destino?
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Il 22 febbraio del 2000 in un appartamento del quartiere di San Lorenzo a Roma, la giovane Francesca Moretti comincia ad accusare dei fortissimi dolori che in breve tempo la portano alla morte. La causa del decesso appare misteriosa e indecifrabile fino a quando, cinque mesi dopo, l’esito dell’esame autoptico sul corpo della ragazza rivela che questa è stata avvelenata con una dose letale di cianuro. Ma chi può essere l’assassino di Francesca?
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Le indagini si concentrano inizialmente sulla cosiddetta pista rom ma non emerge alcun elemento concreto e così nel corso dei mesi si fa largo tra gli inquirenti l’ipotesi che possa essere Daniela, la coinquilina di Francesca, la responsabile del delitto. In fondo è lei ad averle preparato quella minestrina. La ragazza viene arrestata e soprattutto, nel suo paese natale in Sicilia, viene trovato un bidone, ormai vuoto, su cui campeggia però la scritta: "Cianuro di sodio".
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Daniela viene arrestata e dopo un anno e mezzo di arresti domiciliari si apre a Roma il processo a suo carico. Tra riscontri mancanti e nuove perizie tossicologiche che cambiano completamente la situazione, il quadro accusatorio crolla un tassello dopo l’altro e così l’imputata viene assolta per non aver commesso il fatto. Ma quindi da chi e soprattutto come è stata uccisa Francesca Moretti?
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La morte di Francesca Moretti, avvenuta il 22 febbraio del 2000 a Roma, sembra proprio un delitto della camera chiusa: apparentemente impossibile da spiegare. Oltre all'impossibilità razionale di comprendere come il colpevole abbia commesso il fatto, anche l’arma del delitto rende questo omicidio ancora più unico: il cianuro. Questa è la storia del delitto della minestrina.
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Per riaprire un cold case servono tanti elementi: la corretta conservazione delle prove, la tenacia e l’intelligenza degli investigatori e, in ultimo, anche un po' di fortuna. Ed è proprio grazie a un colpo di fortuna che, a 15 anni dal delitto dei pesciolini rossi, si apre una nuova pista per dare finalmente un nome e un volto all'assassino di un giovane impiegato comunale riminese. Questa è la storia dell'omicidio di Max Iorio.
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Il 20 marzo del 1997, in un appartamento di Rimini, viene ritrovato il corpo senza vita di Massimo Iorio, un giovane impiegato comunale. La vittima è stata colpita con diverse coltellate e l’assassino, per motivi ancora da stabilire, ha sviscerato e ucciso anche i pesciolini rossi di Max. Ma perché? E cosa è accaduto in quell’appartamento?
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Le indagini puntano su Fabio, l’ex fidanzato di Massimo, ma in breve tempo si giunge all’archiviazione. Poi, un anno dopo, un altro sospettato viene indagato per qualche mese, salvo poi uscire anche lui dalle indagini. Passano dodici anni e il caso si riapre attraverso l’utilizzo di nuove tecniche scientifiche ma anche in questo caso il nuovo filone di inchiesta si rivela un buco nell’acqua. Quando tutto sembra perduto però si accende una nuova speranza.
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Nel 2012, quindici anni dopo il delitto, grazie alle nuove tecniche di comparazione del DNA, gli inquirenti riescono a scoprire l’identità dell’ignoto che la notte del delitto aveva lasciato una macchia di sangue sul luogo. Si tratta di Zoran Ahmetovic, che in quel momento si trova in carcere per un altro reato. Ma è davvero lui l’assassino di Max Iorio?
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Quello di Massimo Iorio, giovane impiegato comunale di Rimini, è un cold case che per 15 anni è rimasto irrisolto, dimenticato. Quando, il 20 marzo 1997, il suo ex compagno ne trova il corpo senza vita, vestito da donna e bagnato con l'acqua della boccia dei suoi amati pesci rossi, gli inquirenti si trovano davanti a un enigma da risolvere: cosa è successo a quell'uomo tanto ben voluto da amici e colleghi? Questa è la nuova storia di "Delitti Invisibili": l'omicidio di Max Iorio, il delitto dei pesciolini rossi.
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Quello di Suor Laura, nel paese di Chiavenna, è un delitto con tre colpevoli, tutte minorenni, che confessano quasi subito. Raccontano persino tutti i dettagli dell'omicidio. La domanda più difficile a cui rispondere, però, rimane una: perché? Mentre si fa strada la pista del satanismo, tra le suggestioni per cercare di dare una spiegazione alla morte della religiosa si parla anche di una possibile regia occulta dietro all'operato delle tre ragazze. Questa è la storia del sacrificio di Suor Maria Laura Mainetti.
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Il 6 giugno del 2000 il piccolo paese di Chiavenna, in Lombardia, è sconvolto dal brutale delitto di Suor Maria Laura Mainetti. Gli investigatori, muovendosi con grande abilità e velocità, riescono in breve tempo ad arrivare a quelle che sembrano essere le responsabili: tre insospettabili ragazze minorenni del paese.
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Le tre sospettate, tutte minorenni, confessano il delitto e la sua dinamica ma rimane la domanda più difficile a cui rispondere: perché? Si fa strada la pista del satanismo, ma tra le suggestioni emerse per spiegare l’omicidio si parla anche di una possibile regia occulta dietro al sacrificio di Suor Maria Laura.
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Si apre il processo contro le tre imputate e si scatena una battaglia di perizie per valutare la capacità di intendere e di volere delle tre giovani. Erano davvero capaci di intendere e di volere al momento del delitto e soprattutto perché hanno ucciso Suor Maria Laura Mainetti? Una domanda che a quasi trent’anni dall’omicidio rimane ancora senza una risposta univoca.
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Chiavenna, Valtellina. 7 giugno 2000. Il corpo di Suor Laura, conosciuta e stimata da tutti nel piccolo paese, viene trovato senza vita in una strada stretta e isolata. Fin da subito appare chiaro che si tratti di un delitto e le indagini risalgono in breve tempo ad alcune ragazze minorenni del luogo. Per il movente, invece, si inizia a seguire la pista del satanismo. Questa è la storia del sacrificio di Suor Maria Laura Mainetti.
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