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Il 15 ottobre 2009, a Roma, Stefano Cucchi, geometra di 31 anni, viene arrestato dai Carabinieri della stazione Appia con l'accusa di possesso e spaccio di sostanze stupefacenti. Il giorno successivo l’arresto viene convalidato e Stefano viene trasferito in carcere in attesa del processo. Fin da subito appare in condizioni fisiche precarie: cammina con difficoltà e presenta lividi sul volto e sulla schiena. Morirà il 22 ottobre nel reparto detenuti dell’ospedale Sandro Pertini. Se il primo processo coinvolgerà i medici ritenuti responsabili di gravi carenze nell’assistenza sanitaria e dell’abbandono di Cucchi in uno stato di incuria, una successiva inchiesta farà emergere un’altra verità: Stefano Cucchi era stato picchiato nella caserma dai carabinieri che lo avevano in custodia.
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Mentre il numero delle vittime continua a crescere, gli investigatori inseguono piste senza riuscire a vedere il disegno che le unisce. La svolta arriva con l'omicidio di Tessy Adodo. Per la prima volta, gli inquirenti collegano quel delitto a quello di Stela Truya e agli altri omicidi di prostitute. I RIS stabiliscono che a sparare è sempre la stessa arma. Ma identificare il killer è un'altra storia. Donato Bilancia continua a muoversi indisturbato, invisibile agli occhi di chi lo cerca. A fermarlo non sarà una prova decisiva, ma un dettaglio apparentemente irrilevante. E quando finalmente verrà arrestato, sarà lui stesso a raccontare ciò che nessuno era riuscito a vedere: l'intera storia, dall'inizio.
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Nell'ottobre del 1997, Donato Bilancia, ladruncolo e giocatore d'azzardo, appena compiuti 46 anni, inizia a uccidere. E non si fermerà più. In meno di sette mesi assassinerà diciassette persone. Armato di una Smith & Wesson, esordisce eliminando due biscazzieri che ritiene colpevoli di aver cercato di truffarlo ai tavoli da gioco. Da quel momento la sua scia omicida si allunga senza sosta: gioiellieri, metronotte e cambiavalute diventano i bersagli successivi. Colpendo lungo tutta la costa ligure, Bilancia sembra agire senza un criterio apparente, anche se sulle scene dei delitti lascia numerose tracce. Le procure coinvolte, tuttavia, non riescono a collegare tra loro gli omicidi e continuano a considerarli episodi isolati. Nel frattempo Bilancia continua a uccidere.
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All'alba del nuovo millennio Unabomber torna a colpire. Questa volta i suoi ordigni sono nascosti all'interno di beni di primo consumo, lasciati malignamente sugli scaffali dei centri commerciali. Anche altri ordigni, nascosti in evidenziatori, stelle filanti, cerini, candele votive, continuano ad esplodere nel nord-est. Intanto, grazie a una collaborazione con l'FBI le procure riunite individuano un ingegnere che sembra rispondere al loro profilo. Quando una prova schiacciante contro di lui sembra essere stata individuata si scopre però essere stata artefatta. nel 2026, un ultimo decreto di archiviazione pone la parola "fine" alle indagini sull'ormai sconosciuto dinamitardo del nord-est.
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Nell’agosto del 1994, a Sacile, in provincia di Pordenone, un tubo bomba esplode durante una sagra di paese. Quello che inizialmente viene etichettato come il gesto isolato di un gruppo ambientalista assume presto i contorni dell’azione di un attentatore seriale, al quale verrà attribuito il nome del più famoso terrorista statunitense: Unabomber. Nei mesi successivi, infatti, altri tubi bomba, le cosiddette pipe bomb, esplodono in tutto il Nord-Est italiano. Quando dopo l’ultimo ordigno esploso, sembra che Unabomber si sia fermato, all’alba del nuovo millennio nuovi dispositivi nascosti in oggetti di uso comune segnano l’inizio di una seconda fase di attentati. Questa volta, però, i suoi obiettivi diventano i bambini.
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Le nuove indagini su Andrea Sempio avrebbero portato gli inquirenti a delineare una diversa ricostruzione di quanto accaduto la mattina del 13 agosto del 2007 a Garlasco. Secondo questa ipotesi, le celle telefoniche collocherebbero Sempio nel paese in un orario compatibile con quello del delitto, mentre l’alibi legato allo scontrino del parcheggio non sarebbe ritenuto attendibile dagli investigatori. Il possibile movente sarebbe legato ad alcuni video intimi di Chiara Poggi e Alberto Stasi, che Sempio avrebbe conosciuto e visto. Gli inquirenti ipotizzano che il giovane, infatuato della ragazza, avrebbe tentato un approccio sessuale nei suoi confronti; al rifiuto di Chiara sarebbe poi seguita l’aggressione culminata nell’omicidio.
Correzione
Nel corso della puntata del 14 maggio 2026 abbiamo riportato in modo errato un’informazione relativa agli accertamenti genetici effettuati nel caso dell’omicidio di Chiara Poggi. Abbiamo definito come “mitocondriale” il DNA trovato nei campioni prelevati dalle unghie della vittima, quando invece si tratta di una traccia parziale di DNA maschile relativa al cromosoma Y, una caratteristica genetica trasmissibile esclusivamente per linea paterna. Abbiamo inoltre associato erroneamente il DNA mitocondriale a una trasmissione in linea paterna, mentre è vero il contrario: il DNA mitocondriale si trasmette per linea materna.
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Il 7 maggio la Procura di Pavia ha notificato ad Andrea Sempio la chiusura delle indagini preliminari. È lui l’unico indagato in questo nuovo filone d’inchiesta sul caso di Garlasco. Secondo gli investigatori, sarebbe stato Sempio a uccidere Chiara Poggi il 13 agosto 2007. Il DNA rinvenuto sulle unghie della vittima, un'impronta, un alibi ritenuto falso, numerose intercettazioni ambientali, insieme ad altri elementi e incongruenze, costituiscono il quadro su cui si fonda il convincimento della Procura. In questa puntata ripercorriamo i passaggi chiave dell’inchiesta e il lavoro svolto dagli investigatori nel corso di oltre un anno di indagini.
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Nel 2001, la condanna dell’Italia da parte della CEDU riporta il Forteto in un’aula di giustizia. Nonostante ciò, i minori continuano a essere affidati alla cooperativa agricola. Mentre le istituzioni continuano a fingere che nulla sia accaduto, al Forteto i primi affidati — ormai adulti — iniziano a difendere i propri figli dagli abusi di Fiesoli, allontanandosi dalla comunità. Infine, uno di loro, Giuseppe Aversa, denuncerà Rodolfo Fiesoli, che verrà presto arrestato, dando avvio a un processo destinato a segnare la fine della cooperativa agricola.
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Nell’agosto del 1977, tra le colline fiorentine, Rodolfo Fiesoli fonda la Cooperativa agricola Il Forteto. La comunità accoglie minori provenienti da gravi situazioni familiari, affidati a Fiesoli e ai suoi collaboratori dalle istituzioni locali. All’interno del Forteto, Fiesoli inizia a professare un’ideologia fondata sulla presunta risoluzione dei problemi personali attraverso la sessualità.
Meno di un anno dopo, viene arrestato e condannato per reati sessuali commessi sui minori a lui affidati. Nonostante questa condanna, le istituzioni minorili si schierano a favore del Forteto, continuando ad affidare minori a Fiesoli e alla sua comunità per i successivi trent’anni.
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Dopo l’arresto e la confessione, Alessandro Impagnatiello viene rinviato a giudizio. Il processo lo vede imputato per omicidio pluriaggravato nei confronti della fidanzata Giulia Tramontano.
Nel corso del dibattimento vengono smentite tutte le sue versioni dei fatti relativi al 27 maggio 2023. Accusa e difesa si confrontano soprattutto sul riconoscimento dell’aggravante della premeditazione: con il topicida somministrato nei mesi precedenti, Impagnatiello voleva uccidere il feto o Giulia Tramontano?
Se la Corte d’Assise conferma l’aggravante contestata, in sede di appello i giudici potrebbero però giungere a conclusioni diverse.
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Giulia Tramontano convive a Senago, in provincia di Milano, con il fidanzato Alessandro Impagnatiello ed è incinta al settimo mese.Il 27 maggio 2023 incontra un’altra ragazza con la quale Impagnatiello intratteneva una relazione parallela: le due si rivelano reciprocamente tutte le bugie dell’uomo.La sera stessa Giulia torna a casa con l’intenzione di lasciarlo. Poco dopo viene uccisa.La sera seguente, Impagnatiello denuncia la scomparsa di Giulia: i due, sostiene, avevano litigato e la donna si sarebbe allontanata volontariamente, anche perché dal suo borsellino mancano contanti e carte di credito.La raffazzonata ricostruzione dura solo pochi giorni, finché non è costretto a confessare la verità.
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Le indagini cambiano direzione quando emerge il nome di Rudy Guede, arrestato in Germania ed estradato in Italia. Il suo DNA è sulla scena del crimine, ma non basta a chiudere il caso: gli inquirenti continuano a sostenere che non abbia agito da solo. Intanto, Patrick Lumumba viene scagionato, mentre le accuse contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito si rafforzano, tra contraddizioni, pressioni e interrogatori discussi. Il processo mediatico esplode, trasformando il caso in un fenomeno globale. Ma tra prove controverse, errori investigativi e ribaltamenti in aula, si arriva a un esito definitivo: Amanda Knox e Raffaele Sollecito vengono assolti.
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Il 1 novembre 2007, a Perugia, viene uccisa Meredith Kercher, una studentessa inglese in Erasmus. A dare l’allarme è la sua coinquilina statunitense, Amanda Knox. Insieme al fidanzato, Raffaele Sollecito, racconta di essere arrivata nella casa del delitto soltanto la mattina stessa, dopo aver trascorso la notte fuori insieme. Dopo un interrogatorio durato più di 50 ore, Amanda Knox dichiara però di aver mentito e afferma che, la notte dell’omicidio, si trovava anche lei nella casa e di aver sentito un grido provenire dalla camera di Meredith. Accusa inoltre un uomo, Patrick Lumumba, indicandolo come autore del delitto. Amanda Knox e Raffaele Sollecito vengono quindi arrestati. Sulla scena del crimine, però, le uniche tracce e impronte risultano riconducibili a un certo Rudy Guede, fuggito nel frattempo in Germania.
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La notte del 13 gennaio 2012, la nave da crociera Costa Concordia urta uno scoglio delle Scole, a poche centinaia di metri dalla costa dell’Isola del Giglio, e inizia ad affondare, con a bordo circa 4.200 persone. Il comandante, Francesco Schettino, attende circa cinquanta minuti prima di ordinare l’abbandono della nave e allertare i soccorsi, causando un ritardo nelle operazioni di emergenza che si svolgono senza un adeguato coordinamento da parte degli ufficiali; alcuni di loro, tra cui lo stesso Schettino, abbandonano la nave raggiungendo gli scogli poco distanti. Nel frattempo, l’imbarcazione si inclina progressivamente fino a coricarsi su un fianco, con metà dello scafo sommerso, e il bilancio finale sarà di trentadue vittime. I processi successivi cercheranno di ricostruire le azioni del comandante e di accertarne le responsabilità nel naufragio.
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Un difetto di fabbricazione della pistola sconfessa la prima versione fornita agli inquirenti da Antonio Ciontoli: il colpo verso Marco non può essere partito per sbaglio. Ciontoli cambia di nuovo versione: ha sparato per scherzo credendo la pistola fosse scarica. Perché però una volta partito il colpo sia lui che i familiari hanno provato in ogni modo a coprire quanto realmente accaduto? Se fossero intervenuti i sanitari nelle immediatezze del fatto Marco sarebbe stato salvato.
Il processo tenta di ricostruire quanto accaduto quella sera a Ladispoli, chiedendosi se la famiglia abbia mai voluto, anche solo come conseguenza eventuale del proprio agire, la morte di Marco
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Il 17 maggio 2015 Marco Vannini viene ferito da un colpo di pistola nella casa della famiglia della fidanzata a Ladispoli, in provincia di Roma. Nei minuti successivi nessuno chiama subito i soccorsi: tra esitazioni e tentativi di minimizzare, il tempo passa mentre le condizioni di Marco peggiorano. Quando finalmente arriva l’ambulanza è ormai troppo tardi. Le indagini e i processi faranno emergere una verità fatta di silenzi e responsabilità condivise dall'intera famiglia.
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Erika e Omar vengono portati in caserma con la scusa di ulteriori chiarimenti. Ignari di essere registrati, si confrontano sulla versione da fornire agli inquirenti, finendo per confessare il duplice delitto ai danni della madre e del fratello di Erika. I due vengono quindi arrestati. Il movente sarebbe stato atrocemente banale: il desiderio di libertà. Davanti al Tribunale per i Minorenni la coppia si sfalda, accusandosi a vicenda di essere stati l’ideatore e il principale autore del delitto. Il processo proverà a rispondere a una domanda fondamentale: chi dei due era stato davvero l’ideatore? Avevano sempre agito insieme oppure tra i due esisteva una personalità dominante? E soprattutto: se Erika e Omar non si fossero mai incontrati, sarebbero stati capaci di commettere da soli quel delitto?
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Il 21 febbraio 2001 Erika De Nardo chiama i soccorsi dopo il ritrovamento dei corpi della madre Susy Cassini e del fratellino Gianluca, raccontando di un’aggressione compiuta da sconosciuti. Per alcune ore la città e gli investigatori credono alla versione della ragazza, mentre l’opinione pubblica si stringe attorno a quella che sembra l’unica sopravvissuta. Ma le indagini iniziano presto a mostrare incongruenze: mancano prove di intrusioni e il racconto si sgretola, fino a rivelare che in casa, al momento del delitto, non c’erano estranei, ma soltanto Erika e il suo fidanzato Omar. Il caso smette così di essere una storia di criminalità casuale e diventa il racconto disturbante di un male nato dentro una famiglia.
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Olindo Romano e Rosa Bazzi ritrattano davanti al GUP le confessioni rese precedentemente. Sostengono di aver ammesso responsabilità sotto pressione, dopo interrogatori lunghi e logoranti, in un clima che li avrebbe portati a dire ciò che gli investigatori si aspettavano. Parlano di dichiarazioni rese in uno stato di forte fragilità emotiva. La ritrattazione, però, non scalfisce l’impianto accusatorio: quelle ammissioni vengono considerate coerenti e riscontrate da altri elementi raccolti durante le indagini. Il processo si conclude con la condanna all’ergastolo per entrambi, verdetto confermato in appello e in Cassazione. Eppure, negli anni successivi, attorno a quelle dichiarazioni e alla ricostruzione dei fatti continueranno ad affiorare dubbi, richieste di revisione e interrogativi mai del tutto sopiti.
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Dicembre 2006. In un appartamento di Erba scoppia un incendio. Quando i soccorritori entrano capiscono subito che il fuoco non è la causa della tragedia: dentro ci sono quattro corpi, vittime di un’aggressione feroce.
Le fiamme sembrano solo un tentativo di cancellare le tracce. Nessuna porta forzata, nessuna intrusione dall’esterno: chi ha colpito conosceva quel palazzo.
I sospetti si fermano al piano di sotto, su due vicini già in lite con le vittime: Olindo Romano e Rosa Bazzi. Arrestati, confessano. Il caso sembra chiuso, fino a quando davanti al GUP i coniugi raccontano tutta un'altra storia.
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